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Trump ne è uscito e lo firmerebbe nuovamente solo con modifiche vantaggiose per gli Stati Uniti. Gli studenti di tutto il mondo stanno scioperando affinché venga rispettato e la sua applicazione divenga più di una promessa al vento. È l’Accordo di Parigi sul clima. Prima di capire come è nato questo documento e di cosa parla, ecco a voi un po’ di storia e un soffio di scienza per fugare ogni dubbio su cosa siano i cambiamenti climatici.
Cos’è il clima?
Qualche mese fa avevano scatenato grande scalpore i titoli di articoli di alcuni quotidiani che parlavano dell’ondata di gelo invernale: “Il freddo di questi giorni allontana i timori sul riscaldamento globale”, recitava l’occhiello. Titolista negazionista, spiritoso o a caccia di click? Questo non lo sappiamo ma sicuramente il giornalista ha fatto leva su un errore molto comune: confondere il tempo meteorologico con il clima. Il primo è l’insieme dei fenomeni che hanno luogo nell’atmosfera terrestre a una scala locale e in un periodo di tempo piuttosto breve (ore o giorni). Sono condizioni definite da temperatura, pressione atmosferica, umidità relativa, precipitazioni e velocità del vento. Il clima, invece, è l’insieme delle condizioni meteorologiche di una località o regione che si osservano nel corso di un anno, mediate sulla base di rilevazioni effettuate per un periodo che, nella definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, è di 30 anni.
Perché le emissioni di anidride carbonica sono pericolose?
Prima di capire come l’Accordo di Parigi possa essere uno strumento efficace per combattere l’effetto del riscaldamento globale, è il caso di concederci un breve ripasso delle cause di questo fenomeno e di come abbiamo scoperto cosa stesse succedendo al nostro pianeta. Il punto di partenza è l’effetto serra. Il Sole illumina costantemente la Terra: una frazione dell’energia di questo irraggiamento è riflessa dall’atmosfera, un’altra viene in parte riflessa e in parte assorbita dalla superficie terrestre. Quest’ultima viene poi rilasciata sotto forma di energia termica (ossia radiazione infrarossa). Il calore sprigionatosi, se non avessimo l’atmosfera, sarebbe disperso nello spazio, ma non è così: alcuni dei gas presenti quali acqua, diossido di azoto, metano, ozono e anidride carbonica, assorbono tale radiazione e la reirraggiano. A questo punto solo una porzione di questa energia prosegue effettivamente verso lo spazio e mentre il resto si dirige verso il basso, riscaldando la parte più bassa della nostra atmosfera. In pratica i gas intrappolano la radiazione infrarossa e mantengono la regione più bassa dell’atmosfera calda, proprio come fa il vetro di una serra. È questo il famoso effetto serra, un fenomeno naturale che rende abitabile la Terra. Allora cosa c’è che non va? Le attività umane hanno aumentato la concentrazione di metano e di anidride carbonica, dando origine a un rafforzamento dell’effetto serra e a un conseguente riscaldamento del clima. Ciò ha portato a un’amplificazione dei naturali meccanismi di feedback, azione e reazione, attraverso cui si regolano gli equilibri fondamentali per il mantenimento delle condizioni che hanno permesso a noi umani di vivere, occupare territori e sfruttarne le risorse. Le conseguenze dei cambiamenti climatici saranno di grave entità e di difficile gestione. Sempre se non riusciamo a bloccare questa spirale con una vera presa di coscienza di tutte le nazioni.
Quando abbiamo iniziato a preoccuparci della CO2?
L’anidride carbonica (CO2) è il principale prodotto della combustione del carbone, degli idrocarburi (vedi combustibili fossili) e in generale delle sostanze organiche. Ma quando abbiamo incominciato a capire il suo ruolo nell’effetto serra? Il primo fu Jean-Baptiste Joseph Fourier (1768-1830), matematico e fisico francese, il quale intuì che i gas dell’atmosfera erano in grado di trattenere il calore del Sole proprio come fanno i vetri di una serra, ma è nel 1896, con Svante Arrhenius, fisico e chimico svedese, che abbiamo i primi calcoli sull’effetto serra in cui è considerato il rilascio di gas provenienti dalle attività umane. La Rivoluzione Industriale è iniziata da un po’ e le conseguenze dell’impiego di combustibili fossili iniziavano già a farsi sentire.
Il passo decisivo è di Charles David Keeling: nel 1958 lo scienziato iniziò a misurare le concentrazioni di anidride carbonica dal Hawaii’s Mauna Loa Observatory. Attraverso una rigorosa analisi, ricavò nuove informazioni legate all’impronta di carbonio naturale e a quella legata all’uomo. La continuità e la qualità delle misure di Keeling, svolte in un intervallo temporale di decenni, ha costituito una delle più importanti testimonianze del rapporto tra utilizzo di combustibili fossili e riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Ancora oggi esiste un programma di misurazioni, ispirato al lavoro di questo studioso, che fornisce una registrazione affidabile e autorevole delle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera, alla base degli attuali studi sul clima.
Negli anni ’70 è stato poi il turno del Charney report, la relazione di un gruppo di ricerca del National Research Council con a capo il meteorologo americano Jule Gregory Charney, una delle prime valutazioni scientifiche sul riscaldamento globale, del modello dell’oceanografo Klaus Hasselmann sulla variabilità climatica e dell’avvento delle misurazioni satellitari. Questi sono i tre eventi chiave per le scienze del clima, che quest’anno hanno compiuto il loro 40° anniversario.
Vi aspettiamo qui, sempre su PugliaIn, per la seconda parte di questo approfondimento. Conoscerete il percorso che, dai dati scientifici, ha portato alla redazione dell’Accordo di Parigi.




















