Cala il sipario sulla decima stagione di “Nel gioco del jazz” e per l’occasione viene scelto il 30 aprile, ”International Jazz Day”, giorno stabilito nel 2011dall’UNESCO per celebrare ogni anno la musica jazz “in tutti gli angoli del globo”. Roberto Ottaviano, direttore artistico con Pietro Laera dell’Associazione, scende in campo (o meglio dire, sale sul palco) in prima persona con “Jazzavetes”: quella che può sembrare un’opportunità elaborata per il piacere di suonare buona musica, si rivela invece un vero e proprio progetto. Si tratta di un tributo a John Cassavetes, regista statunitense di origini greche, scomparso 30 anni fa a soli 59 anni. Creatore del cinema indipendente americano, ha diretto in una dozzina di film attori di spessore come Ben Gazzara, Peter Falk, Gena Rowlands (sua moglie), vincendo un “Orso d’oro” a Berlino e un “Leone d’oro” a Venezia.

Perché John Cassavetes?

Perché il regista ha nutrito sempre spiccate simpatie per il jazz. All’inizio della carriera ha interpretato in una serie televisiva di 27 episodi Johnny Staccato, detective privato e pianista jazz del Greenwich Village. Il suo primo film “Shadows”, del 1959, girato in 16mm in bianco e nero con un budget risicato, si avvalse delle musiche di Charles Mingus e Shafi Hadi: il film è ambientato nel mondo dei musicisti e degli hipsters della beat generation newyorkese. Nel 1961 uscì “Blues di mezzanotte” incentrato sul sottobosco del jazz. Ma c’è di più, perchè le analogie e le contaminazioni con il jazz vanno oltre: se per il musicista l’improvvisazione spezza l’ordine della scrittura, per Cassavetes l’improvvisazione si struttura progressivamente tramite la scrittura. Non per niente alla fine di “Shadows” appare la scritta: “Il film che hai appena visto era un’improvvisazione”.

Tutto ciò è ha motivato Ottaviano, ispirandolo a comporre una lunga suite in 9 movimenti e un breve preludio. Per il concerto ha chiamato alcuni amici, come avviene sempre nel jazz, e ne ha formato un gruppo nuovo di zecca: i giovani Filippo Vignato e Alexander Hawkins, l’esperto Danilo Gallo e il navigato Hamid Drake alla batteria, che vanta prestigiose collaborazioni con Don Cherry, Herbie Hancock, Archie Shepp. Tutti musicisti di diversa provenienza geografica, dalla Gran Bretagna agli U.S.A. e all’Italia: il jazz è internazionale, come la musica tutta.

Ottaviano ha voluto più che altro rapportarsi alle atmosfere enunciate nel film, a quelle sonorità luminose e creative del jazz newyorkese degli anni ’50, filtrandole attraverso le sue personali esperienze. Nella suite si respira la genialità di John Coltrane e lo spirito compositivo di Charlie Mingus, quello di “Better Git It in Your Soul”, “Nostalgia in Times Square” o “Alice’s Wonderland”. Mentre su uno schermo scorrono le immagini di “Shadows” la musica si svolge intelligente, intensa, ricca di spunti raffinati, con qualche opportuna citazione qua e là. E’ la musica alla quale Ottaviano ci ha abituati negli ultimi tempi con i suoi ultimi cd, ”Sideralis” ed “Eternal Love”, molto apprezzati dalla critica. Il suono dei suoi sax (soprano e tenore) sono espressione di una colta visione musicale ad ampio raggio, che si focalizza di volta in volta su quanto attrae l’attenzione del musicista barese. E i risultati gli danno ragione. Per dare più vigore e intensità al suono in questo progetto è molto prezioso l’inserimento del trombone (Vignato); Hawkins al pianoforte diventa punto di riferimento nell’interplay; puntuale e rigoroso Gallo al contrabbasso, con assolo insoliti, a volte singhiozzanti e lacerati; la ritmica di Drake è sapiente e studiata come nella migliore tradizione afroamericana.

Applausi a scena aperta giusti e sacrosanti, anche per il bis, l’accattivante “Angel Nemali” di Pukwana. E adesso si spera che il progetto si faccia disco.

Cala sipario ma già si parla della undicesima edizione di “Nel gioco del jazz”: nelle prime anticipazioni brillano i nomi di Tom Harrel, Dave Liebman, Norma Winstone, del nostro Roberto Gatto e di Brad Mehldau (in attesa di conferma).

Banner donazioni