Un semaforo. Sì proprio un semaforo. Bloccato sul rosso per un bel po’ di minuti, tanti quanti servono a Pinuccio per chiamare mezza dirigenza Rai, Ministero della Cultura e qualche confidente sparso qua e là per farsi finanziare il kolossal sugli Unni (“quelli che vengono dall’Unnia”).
E’ questa la scenografia del nuovo spettacolo di Alessio Giannone, a tutti noto come Pinuccio-chiama, il faccendiere che spopola da qualche anno sul web, “E mo’ chiamo i cinesi”, andato in scena lo scorso weekend al Teatro Abeliano (tutto esaurito per entrambe le serate), in attesa delle prossime repliche.
Il comico barese è alle prese questa volta con il mondo della cultura, nella speranza che “qualche soldo lo posso rubare, che se lo fai nella sanità poi la gente muore, ma con la cultura al peggio il film non lo vede nessuno”. Ed ecco barcamenarsi tra attrici, produttori senza scrupoli, dirigenti Rai invadenti e segreti, tanti segreti da nascondere. Il tutto sempre al telefono, e sempre da solo, in un monologo ben retto per un’ora con la sapienza di un attore consumato, seppur con qualche ridondanza.
Pochi i riferimenti alla politica locale, ma quei pochi sono anche stati i più applauditi, Giannone ha preferito alle solite gags una trama unica, un filo rosso rappresentato dalle dinamiche legate al mondo dello spettacolo, anche quello nazionale, versando nel calderone della satira anche Ozpetek e Bruno Vespa, sebbene i riferimenti ai personaggi noti restino sempre vaghi.
Abbiamo trovato un Giannone più maturo nella recitazione, che sperimenta nuove vie e nuove tematiche, scomodando le geostoria, Marco Polo e soprattutto ‘Sabino delle bombole’, capace persino – dal basso della sua bottega – di anticipare i Servizi segreti.











