C’è chi lo ricorda sollevare l’inaspettata Coppa del Mondo del Mondiale spagnolo, Anno Domini 1982. Chi invece lo ricorda sgroppare sulla fascia sinistra in maglia bianconera: un ruolo che oggi, nonostante la tradizione – lui, Maldini e Facchetti – stenta a trovare validi eredi della sua classe. C’è chi lo ricorda più semplicemente come il bell’Antonio, idolo delle sorelle dei tifosi a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 più per le qualità estetiche che per le doti squisitamente tecniche.
Oggi Antonio Cabrini è il CT della Nazionale di calcio femminile. Un mondo che, visto dal suo osservatorio privilegiato, dà segni di lenta ma costante crescita. Poco importa se i risultati della sua Nazionale tardano ad arrivare. La recente mancata qualificazione al mondiale canadese del 2015 non ha scalfito minimamente il percorso di avvicinamento alle più blasonate realtà europee.
Questione di tempo. “I risultati contano poco in questo momento, la crescita del movimento non dipende da loro – esordisce il commissario tecnico – Ci premono maggiormente le prospettive, e quelle per uno sviluppo più omogeneo del movimento, in linea con le altre nazioni europee, oggi paiono esserci”. L’Europa calcistica in rosa “che conta”, al momento, è vicina solo dal punto di vista geografico. “Siamo distanti anni luce dalle altre federazioni – ammette Cabrini – Stiamo lavorando per adeguare il nostro livello a quello dei nostri vicini. È chiaro che ci vuole tempo”.
La strada segnata da Tavecchio. In Italia il “rapporto di genere calcistico” è fortemente squilibrato verso gli uomini. Fattori storico-culturali hanno messo alla berlina un settore su cui non si è mai investito abbastanza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti gli osservatori: una serie A maschile dal passato nobile ed opulento che oggi boccheggia dal punto di vista tecnico ed economico, le pari grado femminili ridotte in briciole fuori dai nostri confini e relegate ad un torneo a stampo marcatamente dilettantistico.
L’idea di gemellare o addirittura accorpare società maschili e femminile, come proposto dal presidente della FIGC Carlo Tavecchio, vede Cabrini d’accordo. “Uno dei grossi appoggi alla crescita del calcio femminile può arrivare dalle società professionistiche maschili – auspica – Al loro interno possono essere innestati sia i settori giovanili che le prime squadre, specie se si vuole accelerare il processo di crescita e maturazione del professionismo femminile”.
Le calciatrici più giovani avrebbero così la possibilità di crescere in vivai e strutture attrezzate. Guai, secondo il commissario tecnico, bruciare subito le potenzialità delle nuove leve. A proposito della regola che impone alle squadre di serie A di non schierare più di una Under 16, Cabrini è inamovibile. ” Secondo me è una regola giusta, bisogna rispettare la crescita fisica dell’atleta. Non è pensabile che le giovanissime possano affrontare certi tipi di condizioni”.
Competitività e sud. L’appoggio del settore maschile da solo non basta. Per il commissario tecnico è necessario tagliare quei rami secchi che scemano la competitività complessiva del massimo torneo nazionale. Limitare a 14 il numero delle squadre di serie A, il numero di squadre a 14, secondo Cabrini, “innalzerà il livello qualitativo del campionato. Un torneo con tante squadre non è né allenante né gratificante per certe società”.
A lungo termine un campionato più selettivo dovrebbe, nelle intenzioni della Federazione, avvantaggiare anche le squadre del Sud, oggi rappresentate in serie A solo dalla Pink Bari. “Il sud paga, rispetto al nord, un forte gap sulla cultura del calcio femminile. È chiaro che così a svilupparsi maggiormente sono le squadre del nord. Sono dell’idea che il progetto di limitare le squadre in serie A darà benefici anche sull’equilibrio geografico del campionato”.











