Quando Bari accoglieva gli esuli della guerra. La storia del Villaggio Trieste

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Alla fine della seconda guerra mondiale, già prima della firma dei diversi trattati di pace, iniziò l’esilio di un grosso numero di civili italiani dai Balcani, dalla Grecia, dalla Turchia e dal Nordafrica.
La maggior parte di loro proveniva dalle isole Ionie e dal Dodecaneso, ma furono decine di migliaia i profughi giuliano-dalmati che avevano lasciato la Jugoslavia, pagando il prezzo più alto della guerra fascista e degli accordi di pace.
Per molti di loro l’esodo non fu né indolore, né pacifico: la loro unica colpa era quella di essere italiani in terre che avevano deciso di governarsi da sole: in breve, essi diventarono merce di scambio per l’affermazione dei movimenti nazionalisti locali.
Una parte consistente degli esiliati si stabilì in Puglia, dove vennero costruiti diversi campi di accoglienza.
In terra di Bari, i campi di raccolta profughi furono otto: tre sorsero ad Altamura, Barletta e Santeramo in Colle; gli altri cinque vennero allestiti in città.
Il primo, in piazza San Sabino, alle spalle della Cattedrale, nello stabile occupato da una caserma della Guardia di Finanza. Ospitò fino a 146 persone.
A Bari vecchia sorgevano il campo di Santa Chiara (poi divenuto “Casa del Profugo“), da 270 posti, che fu danneggiato nel 1945 dallo scoppio della nave Henderson e il campo «Positano», allestito nell’ex convento di San Francesco alla Scarpa, da 328 posti.
Il campo più grande era, però, quello allestito nelle baracche di via Napoli: si trattava di casermette di legno costruite durante la guerra di Etiopia; dopo l’occupazione alleata presero il nome di “campo Badoglio” e furono destinate ai prigionieri di guerra tedeschi.
L’ultimo campo era a Fesca, nella colonia Ferruccio-Barletta, dove, nel 1952, l’anno dell’ultimo censimento, erano ospitati 240 profughi.
Molti di questi campi costituivano “mondi” a parte, rispetto alla città e avevano polizie e servizi sanitari interni, alle dirette dipendenze delle prefetture. Le condizioni di vita all’interno dei campi erano difficili: gli esuli erano ammassati in enormi stanzoni o in piccoli locali sporchi e rovinati, all’interno dei quali gli spazi erano delimitati da lenzuola appese, i bagni erano in comune e c’era poco da mangiare.
Nel 1956 si decise la costruzione di una piccola area edilizia tra la Fiera del Levante e lo Stadio della Vittoria, per ospitare tutti i profughi in un unico grande “comprensorio”.
Tutti i campi furono svuotati e, circa mille profughi, vennero trasferiti all’interno di un “villaggio” composto da 296 mini appartamenti, costituiti da due vani e accessori.
Il villaggio fu denominato «Trieste», per celebrare la piena annessione della città giuliana all’Italia, dopo la guerra.
Molti esuli italiani trovarono in quella struttura una vera casa e, all’interno del comprensorio, oltre ad una parrocchia, sorsero anche negozi, un giardino e un «kafeneion», un caffè dove si poteva bere, fino agli inizi degli anni Settanta, il caffè alla turca.
Nel villaggio avrebbero convissuto per decenni uomini e donne appartenenti a etnie e paesi diversi e vi venivano professati liberamente e pacificamente i più diversi credi religiosi: cristiano, ortodosso e musulmano. Si parlavano le più diverse lingue e si mescolavano serenamente usi e costumi differenti.
Il villaggio Trieste divenne un modello di perfetta integrazione, rispettoso e spontaneo e, negli anni in cui fu attivo, scrisse una delle pagine più affascinanti della storia barese recente.
Oggi la zona è stata completamente abbandonata e, come silenziosa testimonianza di quegli anni, restano poche palazzine basse e colorate, la chiesa di S. Enrico, un giardino malmesso e una serie di strade vuote e silenziose.

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