Erano migliaia. Sicuramente oltre tremila le “tute blu” che nella mattinata di ieri, venerdì 10 giugno, hanno paralizzato il centro di Bari e Corso Vittorio Emanuele per alcune ore per la manifestazione regionale indetta nel giorno dello sciopero di 8 ore indetto a livello nazionale a Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil per chiedere a Federmeccanica il rinnovo del contratto che in Puglia interessa circa 60mila operai metalmeccanici. A chiude la manifestazione barese il segretario generale della Fiom Maurizio Landini.
I sindacati commentano positivamente la partecipazione all’astensione dal lavoro degli operai pugliesi: a Bari si va dal 70% della Cvit al 90% di Borsch, Getrag, Amenduni, Oerlikon Graziani, con il picco del 100% di astensione alla Silti; a Foggia 80% all’Alenia e alla Simav (indotto Finmeccanica), 100% alla Golfetto Sangati; a Taranto registrato il 70% nelle aziende degli appalti Ilva; a Brindisi 80% nell’indotto Alenia e alla Ge Avio, 90% alla Agusta; nella Bat 70% alle Officine Messina; a Lecce 75% alla Sirti, 50% alla Rossi e alla Alcar Industrie.
Per Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil Puglia, “il rinnovo del contratto non serve solo per garantire il potere d’acquisto dei salari. La contrattazione è uno strumento utile a migliorare l’organizzazione aziendale, qualificare le relazione industriali significa migliorare la qualità del lavoro e delle produzioni, rendere più forti e competitive le imprese, indirizzare investimenti e politiche industriali. Per questo motivo è miope questa chiusura – e vale in ogni settore – a discutere di contratti. Contratto nazionale che difenderemo, se ne facciano una ragione i detrattori, perché in primis elemento di giustizia e uguaglianza tra i lavoratori”.
In Puglia, sottolinea Gesmundo, “il comparto industriale sta pagando un prezzo altissimo alla crisi e anche grazie al ruolo svolto del sindacato numerose vertenze stanno trovando soluzione. Una risposta ai lavoratori, a difesa dell’occupazione e del reddito, ma anche del futuro industriale di una regione dove grandi gruppi hanno investito, accedendo a finanziamenti pubblici. Serve rilanciare una politica industriale a livello nazionale e serve farlo”.
Forte il commento di Maurizio Landini, “sono sette mesi che è aperta la vertenza e di fatto Federmeccanica è ancora ferma alla proposta fatta a dicembre con una proposta per noi inaccettabile non solo perché ci sono pochi soldi, ma perché si propone una modifica radicale del modello contrattuale e una riduzione del ruolo del contratto nazionale, e così per le imprese d’ora in avanti il salario si deve negoziare solo in azienda”.











