Totò, un nome che in questo caso non evoca risate, ma orrore, sangue e morte. Il caso Riina, finito sotto i riflettori nuovamente perché la Cassazione ha aperto alla possibilità del differimento della pena dell’86enne, viste le sue gravi patologie cliniche, sta facendo saltare i nervi dell’indignazione popolare.
“È fuori dal carcere da due anni. Non ci può stare in carcere perché il carcere non può tenere un detenuto come Riina. Riina sta terminando i suoi giorni ed è curato dai medici. Mi viene da dire che sono certo che una struttura più adeguata gli allungherebbe di un po’ la vita. Noi avvocati abbiamo questa caratteristica, di essere antipatici finché non si ha bisogno di loro. Il signor Riina ha più di una patologia, che vengono trattate sia chirurgicamente che farmacologicamente. Sta male da anni. Le vittime non le riporta in vita nessuna galera. Uno Stato non ha bisogno di far morire in carcere un povero anziano. Il problema di questo Stato sa qual è? E’ che se ha bisogno di accanirsi così su un anziano malato ha problemi di crescita. Abbiamo ricevuto un monito inequivoco della Corte Europea: uno Stato che si accanisce su un anziano malato ha problemi di democrazia. Riina è sottoposto a 41bis dal 15 gennaio 1993. Non è comunque in un albergo a cinque stelle.”
Così si è espresso il suo avvocato in diretta tv, ed ovviamente fa il suo mestiere di parte, di interpretazione delle leggi e di assistenza legale al proprio cliente. Nulla da eccepire.
Eppure secondo il Ministero della Giustizia e il procuratore della direzione distrettuale antimafia Maurizio De Lucia “resta il capo riconosciuto di Cosa nostra, la voce ultima della catena di comando dell’associazione mafiosa.” E continuano verbali e relazioni, riferendo che nonostante i 24 anni di detenzione col carcere duro, ha continuato ad esercitare potere, influenze e direttive sull’organizzazione criminale: “Servendosi del suo stesso contesto familiare, nel corso degli anni di detenzione, ha mantenuto e rinsaldato il controllo del territorio della provincia di Palermo e riconfermato la sua indiscussa forza intimidatoria. Anche attraverso i figli.”
Addirittura due mesi fa, nel processo per la trattiva Stato-Mafia, sconfessò il suo legale che ne aveva paventato la disponibilità, e all’interrogatorio diede picche confermando la sua riluttanza a parlare con lo Stato. Un “onore” mafioso illibato.
Senza richiami sterili alla forca, da Paese democratico e legale, lasciamo a lui il diritto di preservare l’onore mafioso, ma non quello di comune cittadino. Non c’è un senso di pietà, di misericordia, non c’è, al netto delle cure che comunque preserva e tutela, da garantire nessuna detenzione domiciliare o in strutture non carcerarie cliniche.
Non abbiamo e probabilmente non vorremmo sedie elettriche, non vendette, ma mano fermissima, irreprensibile, e riottosa a qualsiasi attenuante di qualsiasi genere. L’avvocato ha parlato di “povero anziano”, difficile definire tale chi non ha fatto arrivare a fina vita giornalisti, procuratori, politici, poliziotti, prefetti, imprenditori… Ha massacrato il senso dello Stato, famiglie, vite umane.
È soprannominato “La Belva” per la sua ferocia sanguinaria. Però qui noi siamo ancora a parlare di diritti, e quelli degli Eroi caduti, dove sono finiti?











