HomeCulturaEugenio Finardi, l'ultimo ribelle

Eugenio Finardi, l’ultimo ribelle

Quando si nasce in una famiglia di musicisti il proprio futuro è quasi sicuramente segnato. Figlio di una cantante lirica (americana) e di un tecnico del suono Finardi è sempre vissuto nel mondo della musica. Figlio di un ’68 vissuto all’età di 16 anni, la sua esperienza è fortemente legata a quella delle radio libere, spuntate come funghi in tutta Italia nei primi anni ’70, e alla figura del dj radiofonico. Il suo profilo artistico si completa con l’inquadramento nella categoria dei cantautori impegnati: “Un cantautore – sostiene – deve testimoniare sé stesso con onestà, trasmettere i suoi sentimenti affinchè gli altri possano decodificare i propri”. I ’70 sono anni di grandi fermenti e Finardi è molto attivo sulla scena musicale collocandosi a metà strada fra il cantautorato e il progressive, collaborando con Alberto Camerini, gli Area, Walter Calloni, Claudio Rocchi, gli Stormy Six.

eugenio_finardi_teatro_formaIl tempo è passato con fasi alterne in campo artistico, comprese due incursioni in campo teatrale e letterario, e qualche incolore partecipazione al Festival di Sanremo. Da registrare un sensibile avvicinamento alla religione cristiana, sia pure da un punto di vista sostanzialmente laico. Ora, a 64 anni, il cantautore milanese ha pensato di fermarsi per una pausa di riflessione: sono passati 40 anni dal suo album “Sugo”, il più bello, il più famoso, uno dei 100 migliori dischi di rock made in Italy di sempre. Per questo, dopo aver riascoltato i vecchi nastri di registrazione, Eugenio ha ripreso la chitarra e si è rimesso in tour (e in discussione), dopo avere pubblicato in cofanetto i suoi primi 5 album incisi per l’etichetta alternativa Cramps, “il mio tesoro”, dice.

Il tour ha fatto tappa anche a Bari per la programmazione del Teatro Forma: due concerti nella stessa serata con tutti i canoni di una rimpatriata. Infatti il live act si trasforma in un dialogo, in un raccontarsi presentando le canzoni, una sorta di rewind musicale e ideologico. Comincia con “Le ragazze di Osaka”, delicatissima ballata in cui le parole sembrano un appello (“non voglio essere solo mai”); poi “Dolce Italia” dedicata alla Puglia dove viene sempre più spesso; “Uno di noi” di Joan Osborne dedicato alla fede in Dio; “La forza dell’amore”, “Non è nel cuore”, “Patrizia”, tutte canzoni “non d’amore – precisa – ma sull’amore”.

La sua voce non è propriamente rock, ma sappiamo bene quanto la vocalità italiana si sia adattata alla musica d’oltremanica. Nella band alle tastiere brilla Paolo Gambino; alla Gibson schizza energia Giovanni ‘Giuvazza’ Maggiore, che si stacca ogni tanto in eccellenti assolo.

Per introdurre “Cadere Sognare” Finardi parla dell’utopia degli anni ’60 “tradita da un falso liberismo che riconduce ogni finalità a profitto e utilitarismo”. E arriva il momento di ri-presentare i brani di “Sugo” a 40 anni di distanza: “La C.I.A.”, “Sulla strada”, “Soldi”, “Voglio” (la sua preferita). Poi le canzoni più attese: “La radio”, la sigla della sua trasmissione radiofonica a Radio Milano Centrale (la seconda radio libera italiana) e “Musica ribelle”. “Ora più che mai c’è bisogno di musica ribelle – dichiara – Ribellarsi alle ingiustizie, alle brutture, ai giochi di potere. Ribellione come atto di civiltà, un moto della coscienza.” Il bis è “Extraterrestre”, in cui si vuole fuggire da un mondo che si rifiuta ma al quale poi si ritorna “per ricominciare”.

L’artista veicola le sue idee attraverso la musica e si fa personaggio.

Un’operazione nostalgica? Forse. Ma soprattutto è riproporsi con la stessa rabbia, lo stesso atteggiamento ribelle di fronte ai problemi attuali che poco sono cambiati negli anni; ma anche per dire che in fondo a tutto c’è sempre l’amore, forse l’unica più grande utopia.

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