Farmacie: ex notaie, ex banche, ex chiese. Ex-cursus. È stato il loro momento per una valanga di anni fino a quando la tortura è toccata pure a queste in compagnia dei cugini notai.
Durante l’ultimo Consiglio Regionale un emendamento predisposto dai consiglieri Marco Lacarra, Ruggiero Mennea, Alfredo Pisicchio e Pino Romano proponeva di consentire ai titolari delle farmacie di scegliere di operare il servizio notturno – che usualmente copre un orario dalle 20.00 alle 8.00 – su chiamata piuttosto che a battente chiuso, ovvero con la presenza di un farmacista all’interno di un presidio chiuso al pubblico. L’emendamento prevedeva che farmacista potesse scegliere di restare nelle ore notturne all’interno della farmacia piuttosto che recarvisi in caso di chiamata con un range temporale di venti minuti, esattamente come è stato per anni in molte località. L’emendamento in sede di Consiglio è stato poi ritirato.
Perché?
Per certi versi la disinformazione sulla realtà dei presidi annaffiata dall’inappropriatezza della stampa. L’accusa è stata quella di modificare la legge che disciplina i turni delle farmacie, sostanzialmente nei capoluoghi di provincia, per fare un favore alle tasche del farmacista, dacché è prevista una quota di 4euro a ricetta. In verità la quota di 4euro non è giustificata dalla “chiamata” bensì dal servizio notturno in quanto tale.
Ovvero che i battenti siano chiusi o meno è cioè che il notturnista si rechi in farmacia su chiamata oppure vi sia già all’interno, la quota dei 4euro è prevista in ogni caso dalle ore 22.00 alle 8.30 del mattino.











