La Contea di Conversano è stata certamente uno dei territori più importanti della Puglia aragonese.
Essa comprendeva anche i borghi di Casamassima, Noci e Turi e fu a lungo governata dalla famiglia dei conti Acquaviva d’Aragona.
Tra di essi spicca la figura di Giangirolamo II.
Figlio di Giulio I Acquaviva d’Aragona, conte di Conversano, e di Caterina Acquaviva d’Aragona, duchessa di Nardò, egli unificò le due linee di discendenza della famiglia, succedendo al padre nel 1626 e mantenendo il suo ruolo di signore fino al 1665, anno della sua morte.
Detto il “Guercio” a causa di un difetto visivo (aveva un occhio strambo), Giangirolamo era considerato dai suoi sudditi un uomo malvagio, vendicativo e, per questo, assai temuto.
Ancora oggi sopravvivono cupe leggende su di lui: si narra che, per esercitazione, sparasse dalla torre del suo castello alle povere donne che attingevano l’acqua dai pozzi; o facesse scuoiare i ribelli di Nardò per tappezzare con le loro pelli le poltrone del casino di caccia di Marchione. Pare, inoltre, che si avvalesse con grande frequenza del famoso ius primae noctis, e, tuttora, i conversanesi si dicono tutti figli del conte.
Se questi racconti sono privi di una documentazione storica certa, è invece sicuro che fosse religioso e praticante (era devoto soprattutto ai SS. Medici Cosma e Damiano) e
contribuì non poco a migliorare la vita dei contadini della sua contea con genersose donazioni.
Temuto e rispettato da tutti per la sua indole malvagia e spietata, il “Guercio” era famoso anche per il suo coraggio, il piglio da combattente e la passione per i cavalli.
Dal suo pregiato alevamento, derivò la razza detta appunto “Conversano”.
Il suo nome viene associato anche a fatti culturali, poiché fu mecenate di letterati e pittori.
Si ricorda tra questi Paolo Finoglio, un pittore di scuola napoletana che eseguì, su incarico del conte, dieci bellissime tele sulla Gerusalemme liberata, attualmente custodite nella Pinacoteca comunale di Conversano.
Da uomo ricco ed intelligente quale era, Giangirolamo aveva compreso, tra i primi del Seicento, che l’arte poteva essere un mezzo di comunicazione di alto livello: certi messaggi, sarebbero potuti essere trasmessi attraverso la pittura, molto più che con la violenza e le armi. Così, anche nelle commissioni religiose, egli frapponeva il suo giudizio, il suo gusto e la sua volontà a quella di tutti gli altri.
La residenza del conte era soprattutto il castello di Conversano, ma egli amava trascorrere alcuni periodi dell’anno anche nel casino di caccia di Marchione, o ad Alberobello, in una soprta di caratteristico palazzetto-taverna. Del resto, fu proprio Giangirolamo, a contribuire alla fondazione di questo pittoresco e unico paese, attirando i contadini dei territori vicini, obbligandoli a risiedervi, con promesse di privilegi.
Ciò avvenne nonostante il divieto del re di Spagna, cui spettava un tributo per la nascita di un nuovo centro urbano.
Per evitare il pesante onere, il “Guercio” fece costruire alcune casette a secco con pietra locale, che in caso di ispezioni, potevano essere subito demolite: erano nati i “trulli”.
Il piano venne scoperto e, avendo violato il regolamento regio, lo spregiudicato conte, nel 1643, fu arrestato e trasferito prima a Napoli, poi a Madrid, dove fu imprigionato per qualche anno.
Durante la detenzione di Giangirolamo, la reggenza della contea di Conversano, fu affidata a Isabella Filomarino dei principi della Rocca, che il conte aveva sposato nel 1622.
Donna imperiosa, di carattere determinato e crudele, Isabella dimostrò apprezzabili capacità di governo e donò al marito cinque figli: Giulio, Cosmo (conte di Conversano per soli dieci giorni, poichè fu ucciso in un duello), Caterina, Anna e Tommaso.
Scarcerato nel 1646, il conte fu inviato dal re di Napoli a domare una rivolta scoppita a Nardò e Lecce.
Dopo una trattativa di mediazione affidata al vescovo di Lecce, Pappacoda, dal 3 al 6 agosto 1647, il Guercio invase le campagne di Nardò con 4000 armati e, oltre ad arrestare e processare i capi della rivolta, ne approfittò per eliminare alcuni nemici personali, tra cui l’arciprete G. Filippo Nuccio e quattro abati che gli si erano sempre ribellati: essi vennero archibugiati e decapitati il 20 agosto 1647.
Nel 1649, in seguito a nuovi e gravi abusi feudali, Giangirolamo fu di nuovo condotto a Madrid e rinchiuso in carcere, dove rimase per 16 anni.
Nel 1665 venne liberato, ma, mentre si accingeva a rientrare in patria, morì forse per malaria.
Il corpo fu imbalsamato e tumulato nella cappella del Rosario del monastero di San Benedetto a Conversano.
La contessa Isabella gli sopravvisse per 14 anni e continuò a tenere la reggenza per il nipote Giulio II, prima di raggiungerlo nella stessa tomba.











