Venerdì 4 al Nuovo Teatro Abeliano è andata in scena la prima di una produzione del Kismet, Il malato immaginario ovvero le Molière imaginaire , una riscrittura di Teresa Ludovico.
Nel presentare lo spettacolo, avevamo immaginato qualcosa di positivo, ma francamente non immaginavamo tanto. L’autrice sposta l’ambientazione dalla Francia del 600 ad una qualunque casa del Sud, dicono le note. Il sud non l’ho visto. Mea culpa? La scenografia è essenziale, fatta da praticabili che costruiscono una piramide, al cui vertice c’è la poltrona di Argante-Moliere. I costumi sono efficaci, il bianco per i personaggi positivi, Pulcinella -che interpreta anche Antonietta, la serva fedele, ed il fratello di Argante-, la figlia di Argante stesso ed il suo innamorato.
Il nero per i personaggi negativi, la moglie, anzitutto, ed i medici ed il notaio, tutti ignoranti, imbroglioni e millantatori. Mi ha stupito il bianco per Argante. Probabilmente, trova la sua ragione nell’identificazione del protagonista con Moliere stesso, immaginata e ben ideata da Teresa Ludovico. Non saprei come spiegarmelo diversamente, dal momento che Argante, così come nel testo originale, anche quì è un egoista frenato, che pone se stesso dinanzi a tutto, la sua salute prima della felicità della figlia, a cui nega il diritto di sposare chi ama, volendo per genero un medico. La scena si apre, si fa per dire, il sipario è chiuso, ed appare Pulcinella, uno spirito che entra ed esce dai panni di una serva fedele o di un fratello risolutivo.
Francamente il Pulcinella interpretato da Marco Manchisi, se da un lato è il deus ex machina dal quale si sviluppa la trama, che inventa soluzioni per i buoni e semina trappole per i malvagi, è davvero da manuale. Manchisi riesce alla perfezione nel difficile compito di interpretare tre personaggi, caratterizzandoli e distinguendoli con efficacia e notevole padronanza scenica ed interpretativa. Non mi piacciono i paragoni, ma lo definirei il migliore in scena.
L’impatto con Argante (interpretato da Augusto Masiello) ci mostra un malato brontolone, accudito da una serva petulante (Manchisi). Gli altri personaggi sono decisamente minori: una figlia angelica (Ilaria Cangialosi), una moglie perfida (Sara Bevilacqua), un fratello consigliere (sempre Manchisi), un giovane innamorato (Michele Cipriani) e medici, tanti medici che millantano (Paolo Summaria e Daniele Lasorsa).
Nella rivisitazione del Malato immaginario ad opera di Teresa Ludovico c’è tutto il repertorio d’intrighi e finzioni dell’originale (ovviamente non i tre balletti d’intermezzo, che nessuno ripropone), qualche personaggio superfluo in meno, come la seconda figlia di Argante, ma l’identificazione di Argante con Moliere fa sì che la farsa si concluda in maniera drammatica: con la morte del malato -per tisi, come fu per Moliere-, un secondo prima che si chiuda il sipario. Nella realtà Moliere morì poche ore dopo la sua ultima apparizione in scena, ma la fervida immaginazione di Teresa Ludovico sposta l’evento al finale della commedia.
Scene e luci di Vincent Longuemare. Scene efficaci, di una linearità e purezza che esaltano lo spettacolo.
Francamente, avrei preferito maggiore illuminazione esclusivamente dall’alto, evitando, o quantomeno riducendo al minimo, tagli e controluci, che illuminando l’interno della piramide, dove erano i personaggi non di scena, finivano per distrarre l’attenzione del pubblico. I costumi di Luigi Spezzacatene sono azzeccati nei colori, belli nella fattura. Degna realizzazione di un costumista di notevole ed indiscutibile qualità.
Uno spettacolo da vedere, a cui non è mancato il successo della serata del debutto, tributato dagli applausi di un pubblico non numerosissimo, ma competente ed entusiasta.
Nella foto: In alto Argante (Augusto Masiello), in primo piano Antonietta, la serva (Marco Manchisi)











