Se Peppino fosse ancora vivo e leggesse i quotidiani oggi, chissà quali invettive lancerebbe contro l’attuale Governo: operai caricati dalla polizia a Roma, articolo 18 in bilico perchè “ce lo chiede l’Europa”, disoccupazione alle stelle, largo divario fra classi agiate e meno abbienti.
La carriera sindacale e politica di Giuseppe Di Vittorio, carismatico protagonista della prima metà del Novecento italiano, è nata ben prima dei prestigiosi incarichi ricoperti, tra i quali spicca il ruolo di segretario della CGIL unitaria nel secondo dopoguerra. I presupposti per quella carriera sono nati nelle campagne della Capitanata, mentre il giovanissimo Peppino era sottoposto, insieme a tantissimi braccianti agricoli, alle dure leggi del caporalato.
La strenua difesa dell’indipendenza del sindacato da ogni altra forma di potere, da quello fascista negli anni ’20 e dall’influenza partitica degli anni ’40, è stata la cifra più significativa della sua attività sindacale.E mentre a Bari, nell’ottobre 1921, ci volle l’esercito per espugnare la Camera del Lavoro difesa a denti stretti da Di Vittorio contro l’assalto degli squadristi fascisti, furono solo ragioni politiche – la convocazione dello sciopero generale a sostegno di Palmiro Togliatti, ferito in un attentato – a scindere, nel 1948, la neonata Confederazione Generale Italiana del Lavoro nelle attuali CGIL, CISL e UIL.
Quest’ultimo avvenimento pose fine al sogno di Peppino: l’unità di tutti i lavoratori sotto un’unica bandiera sindacale, per lottare compatti contro quelle resistenze del mondo economico che impedivano, di fatto, l’emancipazione della classe operaia.











