La percezione che si tratti di questioni poco rilevanti e/o distanti da noi continua a tradire un’ignoranza pressocchè totale della questione e dei rischi o nel peggiore dei casi un malriposto senso di superiorità e sicurezza in merito alla questione che però non cambia i dati: l’Italia continua a mantenere il grave ed infelice primato di essere il paese più infettato d’Europa dai malware.
Il dato è stato diffuso da Check Point che attraverso Threat Index monitora in tempo reale come e dove si svolgono i cyber-attacchi nel mondo e l’Italia, risulta seconda in Europa per numero di attacchi, che sono aumentati in generale di oltre il 18% percento nell’ultimo quadrimestre.
Nathan Shuchami, capo della prevenzione di minacce di Check Point ha dichiarato: “Rileviamo costantemente un’impennata del numero di varianti di malware attive contro le reti aziendali, a riprova dell’impegno degli hacker nel creare nuovi attacchi zero-day, oltre a dimostrare l’importanza della sfida che le aziende affrontano difendendo le loro reti dai cybercriminali”.
E gli italiani?
Gli italiani sono alla deriva come moderni e meno svegli “Ulisse” in un oceano di disinformazione, sedotti da sirene mediatiche che manipolano le poco lucide capacità cognitive rendendoli schiavi. Ruolo di “Calipso” in questa situazione è perfettamente impersonato dai Social Network.
E’ la sintesi brutale della ricerca “Infosfera italiana 2016” realizzata dell’Università degli studi “Suor Orsola Benincasa”. I responsabili scientifici, Umberto Costantini ed Eugenio Iorio, hanno condotto un’indagine su un campione di 1.157 individui su quali siano i criteri di scelta delle fonti di informazioni e cosa regoli i meccanismi di influenza dei media, in special modo online, e l’efficacia in termini di persuasione.
L’esito è catastroficamente raccapricciante. Il team di ricerca ha evidenziato la trasformazione in atto delle dinamiche che riguardano il “senso comune e la costruzione degli immaginari collettivi e individuali strutturati”. In buona sostanza non solo il problema è sotto gli occhi di tutti, ma si mettono in moto meccanismi di “scarica-barile” tutti italiani per cui il problema non è mai colpa del singolo soggetto, ma nei media che non lo supportano adeguatamente.
E’ il momento di guardare in faccia alla realtà, anche se fa tanto male, e di infrangere questa sorta di “autismo comunicazionale”, perché se da un lato i media sono sicuramente parte del problema, tale situazione è un effetto diretto della superficialità di un paese in cui la logica del “mi piace” su Facebook non fa che aggravare di ora in ora la situazione ed in cui l’ambizione massima è fare il calciatore o la velina; un paese in cui apparire è più importante di essere.
La mole di narrazioni ed “informazioni” presenti sui Social Network ruba il tempo ed “evita la strutturazione del pensiero razionale, rendendolo fragile”. Non si procede più per scelta, ma solo per automatismi, replicando costantemente modelli che si basano non su dati ed informazioni certe ma su “dati riportati parzialmente”, leggende metropolitane e “ho sentito dire che…”; ciliegina sulla torta si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati dei motori di ricerca senza riuscire a discernere l’autorevolezza delle fonti e l’affollamento informativo rende meno rapido l’identificazione di una fonte autorevole.
“L’economia dell’attenzione ha delle regole rigide, aritmetiche e ordinali, se una notizia arriva prima, il posto sul podio è occupato, tutte le altre scendono di uno scalino”, prosegue il rapporto. “In un contesto nel quale l’informazione è sovrabbondante, si assiste a una concrescente scarsità di attenzione. E la scarsità di attenzione ne aumenta il valore per chi riesce a produrla e rivenderla”.
Ad aggravare la già precaria situazione Eset riporta i dati su un campione di intervistati secondo cui meno di un italiano su cinque preferisce libertà e privacy a una maggiore sicurezza, il 19,9 % degli intervistati in larga parte giovanissimi e grandi utilizzatori di Internet; il Deep Web, argomento oscuro la quasi totalità, è “noto” per il 17% degli intervistati, sale a 26% la percentuale di utenti che hanno sentito parlare di BitCoin.
Ecco spiegato il perché di tale primato. Siamo stati la culla della cultura mondiale nel Rinascimento. Siamo davvero diventati una zavorra informatica per l’Europa?











