Al termine di una stagione jazz eccellente, che pare debba ancora regalare qualche sorpresa, è bene godersi alcuni concerti organizzati a margine e fuori abbonamento. Nel gioco del jazz ripropone Jacqui Naylor, cantante californiana che ha già calcato la scena barese lo scorso anno, e lo fa con due concerti: uno al Teatro Forma e l’altro, due giorni dopo, nella suggestiva Casa Cava di Matera, l’unico centro culturale ipogeo d’Italia.
La Naylor è cantante di razza dallo stile indefinibile: sono quanto mai opportuni pertanto alcuni riferimenti per tracciare la sua personalità artistica. Si possono citare Tracy Chapman, Diana Krall, ma anche Carol King e Norah Jones, senza dimenticare che il suo primo amore per il jazz è stato per Sarah Vaughan: in lei c’è un po’ di queste signore della musica ma quello che spiazza la critica, ed è anche la sua originalità, è l’applicazione di quello che Jacqui definisce “acoustic smashes”, un modo di miscelare testi e musica jazz su tracce di musica rock, o viceversa. Il risultato quasi sempre è intrigante, anche se a volte lascia qualche perplessità, dovuta soprattutto all’operazione insolita.
Da sottolineare le forme di collaborazione, come in questo caso, fra musicisti di diversa provenienza culturale e geografica, unicamente accomunate dalla musica e dal jazz in particolare: così il suo quartetto risulta formato da Art Khu al pianoforte, da Giorgio Vendola al contrabbasso e Pippo D’ambrosio alla batteria, per una ritmica targata Puglia. Segno e potenza dell’universalità della musica!
Un pubblico scarso, ma qualificato, ha seguito il concerto al Forma (della serie “pochi ma buoni”), forse perché molti avevano già ascoltato la jazz singer lo scorso anno o forse perchè c’è semplicemente da registrare una leggera flessione di mercato. Ma se per qualcuno è stata un’occasione mancata per altri è stata l’opportunità di fruire di un altro concerto di alto livello.
La Naylor è donna sensuale che conquista però con il fascino di una voce calda e vellutata, a tratti profonda, e comunque varia e versatile. Andando a spulciare nella scaletta si spazia da una “Summertime” dal ritmo incalzante, alla “Space Oddity” di David Bowie e a una rallentata “Losing my Religion” dei R.E.M. passando per “Back to Black” di Amy Winehouse. Jacqui è una splendida interprete di gran classe con una voce sopraffina dalla grande pulizia tecnica e formale. Art Khu è regista e direttore sul palco e i suoi assolo sono creativi e impeccabili, tutti sottolineati da applausi. Anche Vendola e D’ambrosio trovano spazio, specialmente nella “Moby Dick” dei Led Zeppelin, esempio di vocalese, dal ritmo pulsante e ripetitivo.
E ci sono anche “The Thrill Is Gone” di B.B. King, completamente stravolta, “Black Coffee” di Ella Fitzgerald e, nientemeno, “Papa Was a Rolling Stones” dei Temptations con il suo straordinario giro di basso. Dopo un sontuoso blues, “Nothing Could Be Better than You”, e il jazz samba “Sunshine and Rain”, arrivano le perle del bis: “My Funny Valentine” in un arrangiamento di Khu, in cui si toccano i vertici dell’esperienza e dell’intelligenza, e il commiato con “Here We Are at Last” della Streisand.
Le citazioni dei brani sono utili a comprendere quanto sia vasto il repertorio della Naylor, il suo sguardo attento su tutto l’orizzonte musicale, e la sua disponibilità a metabolizzare attraverso la sensibilità artistica quanto suscita il suo interesse.











