Quello che avviene da qualche mese a questa parte nei nostri ospedali ha del paradossale. Personale sanitario rincorso in corsia, minacce, pugni, aggressioni verbali. Uno spettacolo grottesco. A finire al pronto soccorso sono loro. Eppure sono le stesse persone che abbiamo osannato all’inizio della Pandemia da COVID-19. Sono le stesse persone che hanno salvato le vite dei nostri cari, sono le stesse persone ci hanno vaccinato e rassicurato restando in corsia mentre noi sbandieravamo dai nostri comodi e caldi divani l’hashtag #iorestoacasa o
#andràtuttobene. Loro no, loro erano in corsia, a rischiare la vita, bardati come fossero su territori di guerra, provate voi per un’ora soltanto a lavorare con tuta, scudo facciale, mascherine, due paia di guanti… Hanno messo da parte famiglia, amori, amicizie e hanno dedicato la risorsa più grande a loro disposizione, il tempo, a noi. Perfetti estranei, pronti a giudicarli, a criticarli, ad attaccarli pubblicamente e socialmente in un malcostume dilagante ed opprimente.
Non dimentichiamoci dell’umanità di queste persone, che al di là di un giuramento solenne operano sempre e solo nell’interesse del paziente. Il camice bianco, la loro professionalità e instancabile dedizione. Nessun piedistallo o sacralità, ma semplice comprensione del ruolo che assurgono quotidianamente con difficoltà sempre maggiori e stra-ordinari normalizzati.
No, non ci hanno abbandonato, siamo noi che pian piano abbiamo iniziato a mettere in discussione il loro ruolo. Ci siamo fatti tuttologi del web, provando a comprendere con qualche clic e in pochi minuti sui motori di ricerca nozioni a noi sconosciute su pandemie, cambiamenti climatici, guerre, persino sui downburst (vedi naufragio Bayesian).
Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti, e vanno colmate, ma non è certo con la rabbia, la diffidenza e la disperazione che si affrontano questi avvenimenti.
Ci sono malattie e terapie che funzionano in maniera differente da paziente a paziente. Il “farsi giustizia da soli” non è la strada giusta da percorrere.
Allontaniamo questo clima di odio e discriminazione che aleggia nei nostri nosocomi, torniamo ad avere fiducia nel prossimo e in chi si occupa della nostra salute.











