Continua il nostro viaggio all’interno della scuola italiana, e pugliese in particolare, e dei suoi cambiamenti ai tempi del CoronaVirus. Dopo aver ascoltato la testimonianza di una professoressa, oggi ho chiacchierato con chi sta dall’altra parte della cattedra, seppur virtuale, uno studente. Andrea frequenta il secondo superiore ed è un ragazzo dalle mille risorse e dai mille interessi. E’ abituato a fare sport, a spostarsi, ad avere una vita sociale molto attiva. Ha due genitori giovanissimi che formano un nucleo familiare molto compatto.
2 o 3 ore al massimo di lezione rappresentano innanzitutto la novità più tangibile per gli studenti. Al posto delle temute 5 ore e della sveglia presto, i ragazzi si ritrovano di fronte al PC, grazie ad un’app, verso le 9 iniziando di fatto la prima ora di lezione. Ascoltano e seguono la spiegazione virtuale dei propri professori nella quale, nella sostanza, per loro, cambia poco. Normalità è stata la parola più frequente nella descrizione di questa fase. Là dove per i professori o per gli adulti ci sono dubbi, incertezze, preoccupazione, ricerca maniacale di trovare il sistema e lo stimolo giusto, per i ragazzi c’è normalità. Se per McLuhan “Il medium è il messaggio”, per i ragazzi nati dopo il 2000, il contenuto riesce ad avere vita a sé rispetto al mezzo con cui viene veicolato.
Alla domanda “Cosa cambia per te?”, la risposta è stata molto chiara: “Il lavoro è meno pesante, dal momento che ci vengono assegnati di fatto meno compiti svolgendo un numero di ore di lezione ridotte, alcune materie ricorrono meno volte di quanto succeda abitualmente. Però lavoriamo il giusto, senza carico, ma con la possibilità di avere del tempo libero in più.” Andrea è comunque convinto che questo tipo di scuola non incida sulla sua preparazione: magari studio con meno ansia per l’interrogazione, ci scherza, però mi sento all’altezza della preparazione e del mio compito.
Il periodo che i ragazzi stanno vivendo, loro malgrado, è molto particolare. Come detto nel precedente pezzo, ne parleranno le future generazioni, osservandoci e giudicandoci su come abbiamo reagito a questi giorni di crisi e di emergenza sanitaria. La percezione dei ragazzi su questo è molto reale: si rendono conto che quello che sta succedendo entrerà nei libri di storia e anche loro sono gli attori di un periodo che verrà esaminato, dibattuto e studiato. Forse c’è un pizzico di incoscienza, come per tutte le cose più grandi di noi, ma c’è anche una forte componente razionale che guida i ragazzi, più di quanto possiamo immaginare. La voglia di mettersi in gioco, dunque, non emerge solo per gli adulti ma anche per le nuove generazioni che, com’è ovvio, ai mezzi di comunicazione digitali sono più abituati di chiunque altro.
Certo, non è tutta rose e fiori. C’è una fetta di studenti che ne approfitta per non studiare o che sta prendendo sotto gamba la situazione, ammette. Per alcuni è troppo presto l’inizio delle lezioni (che è comunque un’ora più tardi rispetto il normale inizio). Ovviamente ognuno reagisce secondo coscienza, così come reagirebbe in una situazione di normale regime scolastico. Certo, è meno stimolante disturbare la lezione, fare il simpatico durante la lezione, perché da una parte manca il contatto personale con i colleghi che sarebbero i primi alleati e dall’altra manca il brivido del rimprovero, dell’espulsione dalla classe, o dell’invio direttamente in presidenza. Siamo sicuri che i ragazzi si staranno attrezzando anche per questo aspetto, perché va bene essere ligi al dovere, va bene studiare, va bene abituarsi alle lezioni a distanza, ma anche essere mandati fuori dalla classe o in presidenza è un’esperienza formativa. Ovviamente si scherza.














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