Leone Di Lernia, quel gentiluomo “vecchiaccio di merda”

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Quando muore una star internazionale è facile scrivere un “in memoriam” infarcito di belle parole e osanna sperticati delle sue opere. Il 2016 ci ha abituato a decine di necrologi talvolta sinceri, talvolta pieni di retorica, di gente del calibro di David Bowie, George Michael e Leonard Cohen, personaggi mastodontici come il loro lascito artistico.

Poi, dopo una settimana in cui le notizie si sono rincorse passando dal dramma imminente alla smentita clamorosa, succede che Leone Di Lernia se ne va per davvero. E tutti a ricordare il Re del Trash, il tranese più famoso del mondo, il “vecchio di merda” come Marco Mazzoli amava definirlo (bonariamente, preciso per chi non sia un ascoltatore dello Zoo di 105). Stereotipandolo. Perchè, in effetti, Leone aveva fatto del trash e della volgarità la sua bandiera, come qualsiasi artista ha il proprio marchio di fabbrica. Lui aveva solo scelto di spingere il pedale sull’acceleratore dell’ironia di grana grossa, quella usa e getta, ma che non aveva un pubblico specifico. Nel bene e nel male, quasi tutti ridevano delle sue parodie canore, anche ai detrattori perbenisti scappava una risata sotto i baffi per poi storcere il naso.

Quello scanzonato e volgare vecchio che sparava parolacce in radio come se snocciolasse poesie di Ungaretti era, in realtà e per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo anche brevemente, una persona gentile e dal cuore d’oro. Il solo andare oltre la sua “opera” e il soffermarsi su quei rari sprazzi di serietà che arrivavano da Radio 105, rivelavano il classico terrone, padre di famiglia e con i propri principi. Non è che stiamo parlando di un santo, sia ben chiaro, ma dovremmo rendere giustizia morale ad una persona che è sempre passata per quello che, in fondo, non era. Almeno completamente.

Ho avuto la fortuna di conoscere Leone un giorno, qui a Bari. Si, fortuna, perchè quello che accadde quel giorno mi aiutò a capire l’uomo che si nascondeva dietro il personaggio. Tutto cominciò un pomeriggio di giugno, mentre i protagonisti dello Zoo dovevano presenziare all’apertura di un negozio di un loro sponsor. Mancava solo Leone, che arrivò con una mezz’ora di ritardo, sbraitando al telefono su dei problemi fisiologici e della mancanza di toilette a portata di mano. Salutò tutti con gentilezza e cortesia, proponendo a chiunque di andare a fare qualcosa non meglio definito nel deretano, e passò l’ora seguente elencando una serie di parole colorite in un misto di tranese e milanese. Inutile dirlo, chiunque era lì per farsi insultare, come quando lo si chiamava al telefono (pensate che il suo numero era pubblico e rispondeva a chiunque!) solo per farsi mandare a cagare (cito testualmente). Quella stessa notte aveva uno spettacolo in una nota discoteca della provincia. Lì lo rividi seduto su un divano, all’una di notte, addormentato, mentre la musica spaccava le orecchie e la gente ballava. Mi avvicinai con la mia compagna di allora e gli dissi: “Leone, non ti senti bene?”. Aprì gli occhi, mentre teneva il capo appoggiato su un braccio e disse: “Questi mi fanno fare notte inoltrata… io sono vecchio… sono stanco… ma lo faccio per i soldi…”. Quell’uomo volgare, brutto, vestito come il Gabibbo era sparito ed era rimasto l’essere umano vero. Quasi tenero. Rimanemmo un po’ con lui, quasi per confortarlo, e poi salì sul palco cominciando a cantare e muoversi come un pazzo scatenato. Alla fine, nel delirio totale, mentre se ne stava andando, ci scorse nella folla, si avvicinò e ci regalò una maglietta. Non vidi più Leone da quella sera. Ma capii CHI era Leone.

Leone se n’è andato per colpa di un tumore al fegato. Lui, che gridava contro quelli che fumavano e bevevano perchè “fa male alla salute!”. Leone che era partito da Trani per cercare fortuna al nord e che riuscì a creare un mito attorno a se tra tutti gli emigrati pugliesi. Leone che voleva andare a Sanremo con una canzone e che fu trombato da Pippo Baudo, salvo poi vendicarsi musicalmente… Leone che diceva sempre quanto amasse sua moglie Nenna Rosa e quanto i suoi figli fossero importanti per lui, nonostante fossero dei “cornuti e disgraziati senza futuro”. Leone che non lo si può raccontare come una leggenda della musica mondiale. Leone che ha regalato il sorriso a milioni di persone, anche nei momenti tristi, anche a quelli che erano lontani da casa ma si sentivano subito meglio appena sentivano il suo accento.

E’ difficile parlare seriamente di Leone Di Lernia, e magari lui non avrebbe apprezzato queste parole che, per quanto sincere, non sono allegre come lo era lui.

L’unica certezza è che ci mancherà tanto.

Ciao Leone.

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