HomeCulturaMania Super Moenia, Fabio Prota racconta il primo disco piano solo

Mania Super Moenia, Fabio Prota racconta il primo disco piano solo

Fabio Prota, classe 1984, è un medico con l’insana passione per la musica. La sua formazione è contaminata dalla classicità che ha conosciuto attraverso anni di studio al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari ed i generi più disparati sperimentati attraverso le esperienze maturate in ambito rock (U’Papun), folk (Camillorè), reggae (Suoni Mudù), progressive (Assenzio), metal (Shide) e funk/jazz (Mister Wilson). Nel 2014, con alcuni studenti del Corso di Laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica a cui faceva riferimento la dott.ssa Viola, in qualità di medico volontario conduce un laboratorio di musica con i pazienti del reparto di Psichiatria del Policlinico di Bari. Questa singolare esperienza è il punto di partenza per la realizzazione di Mania Super Moenia, rilasciato il 27 giugno 2015.

Dopo ben 24 anni di musica arriva Mania Super Moenia, il tuo primo album da solista. Come è nata l’idea di realizzare un disco piano solo?

Tutto è nato qualche anno fa quando mi è stato proposto di collaborare a una rassegna in una masseria in provincia di Bari. In quell’occasione, in un ampio spazio fu allestito un cinema all’aperto dove sarebbero stati proiettati dei film di inizio Novecento. A noi musicisti spettava il compito di interpretare attraverso delle improvvisazioni musicali la colonna sonora di questi capolavori della storia del cinema muto. Dopo aver passato in rassegna diversi registi, rimasi affascinato dalla storia di Georges Méliès, di cui ho selezionato 7 cortometraggi. La scelta di vedere i film senza colonna sonora e di accompagnare le immagini attraverso le mie suggestioni, di fatto ha dato origine a gran parte del materiale sonoro presente in Mania Super Moenia.

Gli accostamenti musicali presenti nei tuoi brani spesso richiamano immagini evocative ma allo stesso tempo irrequiete.

Il filo conduttore dell’intero disco è la follia. Gli accordi instabili creano la precarietà che ho vissuto in quei reparti, l’idea parziale di distensione che accompagna gran parte dell’esecuzione, è invece interrotta dagli stacchi netti che creano movimento nel brano. Ad esempio in Stigma si avverte il disagio e la situazione di enorme pesantezza con cui i pazienti avvertono la patologia e la costante presenza dei medici.

Aspetto interessante è anche quello della copertina.

Il merito è di Michele Carminati, autore del dipinto che si trova al centro della cover dell’album (opera di Massimo Concordia). Non ho dato alcuna direttiva all’artista: mi sono limitato a fornirgli il titolo del disco e la pre produzione audio dello stesso. Ciò che è venuto fuori è tutto frutto delle suggestioni provocate dall’ascolto dei brani. I volti che ne sono emersi, così come i colori, non solo rispecchiano ciò che si può osservare oltre quelle mura, ma evidenziano anche come sia sottile la linea fra sanità e “follia”.

Quali influenze musicali ritieni che siano state fondamentali per la costruzione di questo percorso musicale?

Nella cover del disco c’è una dedica, “In loving memory of Davide Santorsola”, scomparso lo scorso dicembre. Lui è stato il mio docente, l’ultimo insegnante che ho avuto, che ha cambiato il mio modo di affrontare la musica. Le sue lezioni andavano oltre la tecnica musicale, ma trattavano spesso argomenti che toccavano diverse sfere d’interesse. Tra l’altro la grande affinità era data anche dalla coincidenza della nostra data di nascita, 8 maggio. Data che coincide anche con Keith Jarrett, altro grande punto di riferimento del mio percorso artistico.

Al di là del tuo primo disco da solista, tu hai un percorso che hai intrapreso da diverso tempo. Ce ne parli?

Attualmente all’attivo ho tre collaborazioni. Con i “Think Tank”, realizzo degli inediti in lingua inglese che spaziano dal rock progressive alla fusion ed è in preparazione un disco che uscirà entro fine anno. Sono membro del “Protrio” un trio jazz di professionisti, da qui il gioco di parole quindi, che nella vita ha una carriera professionale ma allo stesso tempo coltiva il suo amore per la musica. Infine da tempo ho formato un duo con Donny Balice, “The Interplayers”, il cui nome deriva dal nostro “interplay”, la nostra interazione e intesa, grazie alla quale ci siamo trovati sin dall’inizio nelle nostre improvvisazioni. Proponiamo riarrangiamenti di brani celebri appartenenti a diversi generi musicali. Il progetto, attualmente in sospeso, riprenderà ad ottobre.

Spesso utilizzi la lingua inglese nei testi dei tuoi brani. Come mai questa scelta?

Fuori ho notato una maggiore voglia di musica nuova. In Italia purtroppo molto spesso richiediamo lo stesso target, gli stessi autori e molte novità interessanti, sia pugliesi che italiane, spesso vengono trascurate per lasciare spazio alla tradizione musicale.

In che modo quindi hai esportato la tua musica?

Attraverso dei canali web, non solo italiani, ma anche internazionali, che sin da subito mi hanno fornito un buon feedback e delle vendite soddisfacenti.

Perché come cover e ultima traccia del disco hai scelto “Over the rainbow”?

L’inserimento di questo brano nasce proprio dall’esperienza del laboratorio. Attraverso la cura e le terapie, i pazienti hanno trovato un posto dove stare meglio, “oltre l’arcobaleno”, super moenia. E tra le righe si legge anche una speranza per il futuro. Mi è stato molto utile in questo anche un saggio di Vittorino Andreoli, L’uomo di superficie, in cui si insiste sulla necessità di guardare oltre le apparenze e focalizzarsi sul contenuto più profondo dell’animo umano. Ed è quello che ho sempre cercato di fare con i miei pazienti, andare oltre le apparenze.

 

http://https://www.youtube.com/watch?v=_H9RzDP-mLw

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Isabella Battista
Isabella Battista
Classe 1985, vive e lavora a Bari. Laureata in Storia dell’Arte all’Università degli Studi di Bari, è giornalista pubblicista dal 2013. Con una forte propensione alla didattica museale e artistica, ha collaborato con diverse istituzioni con progetti per sensibilizzare il pubblico più giovane nei confronti dell’Arte contemporanea e far partecipare attivamente gli studenti alla comprensione delle più moderne tecniche artistiche. Collabora con le redazioni di Puglia In, Telebari e Artribune, mentre nel 2013 è stata coordinatrice della prima edizione della Project Room della Fondazione Museo Pino Pascali di Polignano a mare. Ama l’arte in tutte le sue forme, in particolare la fotografia e il linguaggio visivo contemporaneo a cui si sta appassionando anche praticamente e appena ha l’occasione di partire, va alla ricerca di nuove realtà, esplorandole sia dal punto di vista della tradizione culturale che folkloristica.isabella.batt@gmail.com

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