Un reato di lesa maestà; questo avranno pensato i turisti in visita a Polignano a Mare lo scorso venerdì 7 ottobre guardando la celebre scultura di Domenico Modugno con l’“aggiunta” di un giubbotto salvagente.
La performance realizzata da Driton Selmani, protagonista in questi giorni della personale My conutry on my back presso l’Exchiesetta, spazio espositivo nel Centro Storico polignanese e già sede della storica Galleria Pino Pascali, s’intitolata Public Intervetion ed è basata semplicemente sul vestire Modugno con un salvagente fatto su misura. È un’operazione densa però di significati e rimandi alla più stringente attualità, ai flussi migratori sulle rotte mediterranee corredati di morti e tragedie; la statua del cantante, simbolo nazionale e icona per i polignanesi, con le sue braccia aperte e il suo incedere rappresenterebbe così gli sventurati che affrontano il mare per sfuggire alla guerra: “L’artista” – afferma Roberto Lacarbonara, curatore della mostra di Driton Selmani – “rilegge questo salto in avanti, spalle al mare, come il gesto di un sopravvissuto, di un uomo esultante oltre il travaglio di una navigazione”.
Portando avanti una ricerca di matrice socio-politica, l’artista kosovaro ha voluto con un gesto temporaneo e non lesivo trasformare il significato della scultura, per portare chi la osserva verso una più profonda riflessione sull’enormità della tragedia degli emigranti. L’intervento di Selmani, basato su un attento studio della cronaca e delle storia, e non su una volontà meramente dadaista o dissacrante, ha però indispettito e addirittura fatto arrabbiare i turisti, per niente contenti di vedere l’enorme giubbotto salvagente; i visitatori, che pare fossero giunti a Polignano a Mare proprio per fotografare, tra le altre cose, la scultura di Modugno, hanno sollevato reiterate e rumorose proteste, che hanno portato all’intervento della pubblica sicurezza e, infine, alla rimozione del giubbotto.
Fin qui la cronaca, che però merita una qualche riflessione; ci si stupisce infatti – lo fa chi scrive, ma non solo – della veemenza delle proteste; ci si sorprende ancora di quanto spropositata sia la reazione verso i cambiamenti, anche se temporanei; ci si rende conto, di conseguenza, di come tutt’oggi la maggior parte del pubblico non sia incline a rapportarsi, seppur in maniera dialettica, con interventi d’arte contemporanea animanti da intenzioni che vanno oltre la pura estetica.
Al di là dei gusti soggettivi, rispettabili comunque e sempre, ciò che non si riesce a cogliere fino in fondo è che l’arte contemporanea, come lo era stata quella del passato, è il frutto di dinamiche storiche, sociali, economiche e politiche (oltre che stilistiche e formali) e può manifestarsi persino nell’interazione con opere già esistenti, senza che queste, ovviamente, vengano danneggiate o svilite. Inveire verso un’operazione artistica temporanea, come accaduto nel pomeriggio dello scorso venerdì, sembra perciò più una manifestazione di chiusura mentale verso il dialogo che una pura difesa del “simbolo”, un voler ignorare quello che l’arte rappresenta, vale a dire un punto di confronto e discussione, anche con buona pace di chi avrebbe voluto farsi un selfie con Domenico Modugno.











