Se un immenso artista come Igor Stravinskij ha potuto dichiarare: “Più invecchio, più mi convinco che La Bohème è un capolavoro e che adoro Puccini, il quale mi sembra sempre più bello”, c’è da credere che questo sia davvero uno dei maggiori capolavori della storia del melodramma, e, difatti, è proprio così.
La Bohème è un’opera in quattro quadri di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica ispirato al romanzo di Henri Murger Scene della vita di Bohème.
Oggi appare davvero incomprensibile, ma, come fu la sorte di alcuni tra i massimi capolavori dell’arte in genere, quest’opera al suo debutto non fu pienamente compresa, soprattutto dalla critica più esigente che, addirittura, ne decretò il fiasco più assoluto con parole di grande negatività.
Nella stagione lirica del Teatro Politeama Greco di Lecce, la famiglia Greco, supportata dalla Accademia Operistica Internazionale, produttore degli eventi con la direzione musicale di Francesco Ledda e la direzione artistica di Carlo Antonio De Lucia, ha fortemente voluto questo titolo accanto al Rigoletto di Giuseppe Verdi, certamente due tra i titoli più popolari per poter attirare un pubblico eterogeneo in teatro, esperimento perfettamente riuscito, seppur senza contributi pubblici.
La prima de La Boheme è andata in scena sabato 30 aprile, registrando un teatro esaurito in ogni ordine di posto e un grande successo di pubblico con continue interruzioni con applausi a scena aperta.
Tra le stelle del firmamento del Teatro Politeama Greco di Lecce – cast davvero di buon livello generale – ha certamente brillato di luce propria la Mimì del soprano di origini cinesi Dafne Thian Hui. Un soprano dalla voce morbida, calda, pastosa, piena, che ha saputo regalare momenti di grande pathos al nutrito uditorio nei momenti di maggiore teatralità dell’opera.
L’artista ha letteralmente conquistato il pubblico nell’aria “Si, mi chiamano Mimì”, con un fraseggio e una eleganza nel porgere il canto davvero preziosi, straziando letteralmente la platea con “Sono andati?”, momento in cui Puccini raggiunge davvero l’apice nella capacità di tradurre i sentimenti umani.
Di ottima fattura anche la restante parte del cast con un Antonino Interisano davvero in forma e a pieno agio nei panni di Rodolfo che ha elettrizzato l’atmosfera nella celebre aria “Che gelida manina” sfoderando acuti sicuri e luminosi; il bel Francesco Baiocchi nei panni di un accorato e convincente Marcello; la deliziosa Musetta di Maria Francesca Mazzara, soprano dalle notevoli capacità sceniche e vocali che ha colorato di eleganti tinte pastello un ruolo come quello di Musetta che spesso viene rappresentato in maniera troppo frivola; buoni anche lo Schaunard di Giovanni Guarino e il Colline di Fulvio Valenti, due artisti dalle buone capacità tecniche e artistiche. Completavano il cast i corretti Giovanni Tiralongo nel doppio ruolo di Benoit e Alcindoro e Simon Dongiovanni nel ruolo di Parpignol.
Buona la prova del coro guidato da Vincenza Baglivo e quella dell’orchestra guidata da Claudio Maria Micheli in sostituzione di Hirofumi Yoshida, che ha saputo tirare fuori dagli interpreti e dai complessi artistici una lettura interessante e condivisibile dell’opera pucciniana.
Una nota particolare per la regia affidata alla sapienza e alle grandi capacità artistiche del tenore Pietro Ballo, che dopo aver calcato i più prestigiosi teatri del mondo come grande tenore italiano da anni si dedica all’insegnamento della tecnica di canto, alla consulenza e alla regia di spettacoli operistici di indubbia qualità. Ballo ha lavorato con i più grandi registi e i maggiori direttori d’orchestra e questo si evidenzia perfettamente nei lavori che segue.
Plauso agli organizzatori e alla famiglia Greco che con grandi difficoltà e caparbietà hanno regalato a Lecce e al suo teatro una stagione di tutto rispetto con l’aiuto e la partecipazione di artisti e pubblico.











