Quando il “miracolo economico italiano” sfiorò la Puglia

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Alla fine della seconda guerra mondiale, per l’Italia, sconfitta ed occupata da eserciti stranieri, si aggravava la cronica distanza nei confronti dei paesi dell’Europa più sviluppata.

Tuttavia, le nuove logiche geopolitiche della “Guerra Fredda” contribuirono a far sì che il nostro paese diventasse una fondamentale cerniera fra l’Europa Occidentale, la Penisola Balcanica, l’Europa Centrale e l’Africa Settentrionale e potesse così godere, a partire dal 1947, dei consistenti aiuti economici garantiti dal “Piano Marshall“.

Questo, oltre all’aumento di richiesta del metallo e di altre materie lavorate a causa della concomitante Guerra di Corea (1950-1953), furono uno stimolo alla crescita dell’industria pesante italiana.

In questo contesto, più che l’intraprendenza e la lungimirante abilità degli imprenditori italiani, ebbero effetto l’incremento vertiginoso del commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagnò, ma anche la fine del tradizionale protezionismo economico.

In conseguenza di quell’apertura, infatti, il sistema produttivo italiano ne risultò rivitalizzato, fu costretto ad ammodernarsi e ricompensò quei settori che erano già in movimento.

La disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell’industria dell’acciaio furono gli altri fattori decisivi. La scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana, la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto l’egida dell’IRI, permise di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre più bassi.

In breve, si erano costituite le basi d’una crescita economica spettacolare che raggiunse il culmine nel 1960 e durò molto a lungo, trasformando il Belpaese da Paese sottosviluppato con un’economia eminentemente agricola ad una delle nazioni più sviluppate dell’intero pianeta.

Questa incredibile espansione toccò anche la Puglia e, nei primi anni sessanta, la nostra regione si dotò di importanti impianti industriali.

A Brindisi fu realizzata una grande industria petrolchimica che andava ad aggiungersi alle imprese meccaniche e aeronavali, garantendo opportunità di lavoro a tecnici e operai provenienti dal territorio e dalle province e regioni limitrofe.

A Taranto nel 1965 venne inaugurato il IV Centro Siderurgico “Italsider”, uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.

L’industria venne inaugurata dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e consentì alla città jonica di registrare, tra il 1961 ed il 1971 , un saldo migratorio sostanzialmente nullo ed un aumento della popolazione pari al 9,1%.

Circa 30.000 agricoltori abbandonarono le campagne per diventare operai della grande industria o dell’indotto. Contestualmente il reddito procapite subì un incremento del 274%.

La notte di Natale del 1968 Papa Paolo VI si recò a Taranto e celebrò la messa di mezzanotte nelle acciaierie dell’Italsider: fu la prima volta che una messa di Natale veniva celebrata in un impianto industriale. Il gesto servì al pontefice anche per rilanciare l’amicizia tra Chiesa e mondo del lavoro in tempi difficili.

Notevole fu anche la crescita economica del Salento, soprattutto grazie alla crescita esponenziale del numero di piccole e medie imprese.

Nel complesso, lo sviluppo industriale fu rapido e travolgente in tutta la Regione, ma anche pieno di squilibri e di limiti.

L’agricoltura non era più in grado di produrre come e quanto accadeva prima: molti generi alimentari necessari dovettero essere importati, sottolineando la dipendenza italiana dell’estero.

L’emigrazione verso il Nord spopolò interi territori. L’esodo raggiunse la massima intensità nei primi anni ’60, quando circa 240 mila persone ogni anno lasciavano i campi, il paese, la terra, in cerca di futuro e fortuna nelle fabbriche della Fiat, della Montecatini, della Piaggio, dell’Alfa di Arese e della Magneti Marelli a Milano.

Il flusso migratorio dal Sud agricolo al Nord industrializzato impoverì le regioni meridionali delle risorse umane e a nulla valse il sostegno dello Stato all’economia meridionale con il finanziamento della “Cassa per il mezzogiorno“: nonostante la realizzazione di alcune opere importanti nel settore idrico e viario, l’ente si rivelo’ un fallimento e pian piano si traformo’ in un ente assistenziale a forte rischio di politicizzazione.

Apparve presto evidente che il Meridione, nel boom economico, era destinato ad avere una funzione soltanto subordinata e funzionale agli interessi dell’economia del Nord  e  l’assenza effettiva di una capillare industrializzazione costituì una garanzia per i grandi gruppi economici del Nord, contro ogni possibile concorrenza interna.

 

Il cosiddetto “miracolo” dalle nostre parti non era avvenuto: il divario tra Nord e Sud peggiorò e l’annosa “questione meridionale” si ripresentava in tutta la sua gravità.

 

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