I suoi colori e le sue suggestioni hanno fatto compagnia ai cittadini di Monopoli e della Puglia per quasi quattro mesi. Dopo aver entusiasmato migliaia di spettatori, appassionati d’arte o semplici ammiratori, il 15 luglio ha chiuso i battenti la mostra “Joan Miró. Opere grafiche 1948-1974”, ospitata dal castello Carlo V di Monopoli.
Le opere esposte facevano parte di quattro serie di litografie, in cui l’artista catalano rimescola lettere, storie e immagini, per sintetizzarle in composizioni dinamiche in cui tutte le componenti dialogano tra loro in un afflato genuinamente surrealistico. L’osservatore alla disperata ricerca di un indizio di significato è spiazzato, mentre trova appagamento colui che si lascia incantare senza remore né resistenze, che non si oppone quando è inglobato dal caleidoscopio di colori e forme affacciati ai massicci muri del castello.
All’inizio del suo percorso, il visitatore è accolto da Le pénalités de l’enfer ou les nouvelles Hébrides, opera in cui le visioni di Miró si fondono con i testi dell’amico Robert Desnos, in un abbraccio postumo dove testi e pittura si mescolano l’una nell’altra superando ogni limite intrinseco ed estrinseco. La prosa di Desnos si fa verso e musica, e l’opera di Miró diventa tela, quaderno e pentagramma, in cui i segni entrano a far parte della fisicità surreale dei personaggi che popolano il loro mondo.
È poi la volta di Parleur seul, in cui il connubio è tra il pittore surrealista e l’eclettico poeta Tristan Tzara. Qui la pittura di Miró si fonde e si confonde col segno, tanto che lo spettatore non riesce più a distinguere tra figure umane e lettere, in una pluralità di alfabeti, culture e sensazioni, finendo per abbracciare l’opera nella sua interezza, facendosi strattonare e spintonare dai contrasti cromatici e, soprattutto, dalla loro molteplicità di significato.
Il testo si palesa nella raccolta successiva, Le lézard aux plumes d’or, che fa di Miró scrittore e pittore. Nell’esposizione monopolitana questa è l’unico ciclo in cui alcuni testi sono stati riportati a fianco alle opere pittoriche. Si tratta di titoli, descrizioni o semplici suggestioni dell’artista, il cui tratto si deforma e si idealizza sempre più fino a diventare inintelligibile e a confondersi, ancora una volta, con il disegno. Anche qui le frontiere tra testo e grafica non sono delimitati, ed è estremamente facile sconfinare senza accorgersene. I contrasti si fanno sempre più marcati e il nero racchiude cacofonie di colori primari che, nel loro insieme, formano una sinfonia che impatta sullo spettatore.
Infine, nell’ultima stanza non comunicante con le altre, si arriva ad Ubu roi, fiaba, farsa e tragedia scritta dal simbolista Alfred Jarry alla fine dell’Ottocento. Come tanti surrealisti, anche Miró si è fatto ispirare dall’artista francese, e qui presenta un Ubu marionettistico, immerso in un carnevale raramente allegro e spensierato in cui si passa dai bagordi del banchetto agli orrori della guerra. Il surrealismo di Miró si rivela nelle forme e nei personaggi, in cui la continuità è interrotta solo dal colore ma mai dallo spazio.
Un percorso ricco in tutte le sue sfumature: ben novanta le opere grafiche ammirate, e infinitamente di più le sensazioni, le riflessioni, i ricordi che scaturiscono da questa passeggiata nei territori del castello Carlo V. Peccato che, unica pecca di questa importante esposizione, il visitatore sia stato lasciato solo, abbandonato a se stesso e alla sua ammirazione. La cartellonistica è scarsa, ridotta a quattro lunghe descrizioni delle raccolte, e mancano quasi del tutto i riferimenti alle singole opere. Fortunatamente gli innumerevoli visitatori, cittadini, turisti, abitanti dei paesi limitrofi, curiosi e desiderosi di trovarsi al cospetto delle opere di Miró, non si sono fatti scoraggiare e hanno affollato volentieri le sale del castello, che si conferma un piccolo ma fiero punto di riferimento culturale per la città di Monopoli.

































