Chi voglia oggi interrogarsi su cosa sia diventata la musica nera o soffermarsi sulla sua evoluzione rischia di perdersi in una miriade di definizioni dispersive e ripetitive che spesso generano confusione. Facile sarebbe parlare di contaminazioni, termine di cui si è finora fatto abbondante abuso, ma il genere ha subito una tale quantità di invasioni che ormai si fa fatica anche solo a (ri)conoscerlo e a classificarlo. Semplificando: prima si parlava di jazz, soul e rhythm and blues; oggi si parla di neo soul (o nu soul), urban soul, modern jazz, hip hop (da non confondere con il trip hop) con tutte le sue varianti in mix col rap, col jazz, col funky e col soul, ovviamente. Se poi prendete il tutto, lo mescolate e agitate ben bene con un pizzico di elettronica e disco, ecco che nasce qualcosa di indefinibile che lascia spazio alla creatività di innovatori come in nostro Jose James, di scena al Teatro Forma per l’inaugurazione della stagione teatrale.
Quanti lo hanno conosciuto nei suoi primi dischi, “The Dreamer” e “Blackmagic”, incisi sotto l’egida dell’etichetta Brownswood Recordings di Gilles Peterson affermato d. j. e navigato produttore, sanno che Jose James (nato nel 1978 a Minneapolis, la stessa città natale di Prince) ha una voce vellutata, profonda, baritonale, calda, suadente, calda da mettere i brividi. E sanno anche di un jazz d’atmosfera estremamente elegante e raffinato, insospettabile in un ragazzo di poco più di 30 anni. Vi si possono leggere agevolmente influenze di Marvin Gaye, ma anche di John Coltrane e di Billie Holiday. In questa direzione incide anche un cd in perfetta sintonia col pianista belga Jeff Neve. Ma nel 2013 le cose cambiano con il tanto celebrato “No Beginning No End” per la prestigiosa ECM: l’album sembra uscito dalla penna del nostro Nicola Conte (si conoscono i due) e segna la svolta nelle vita e nella carriera di Jose. La title track “Trouble” fa il giro del mondo e dei circuiti radio mentre l’asse di interesse si sposta decisamente verso un soul di qualità che strizza l’occhio all’esperienza di Gil Scott-Heron. Il disco è indubbiamente bello ma quel jazz degli esordi è irrimediabilmente “inquinato”, anche se ricco di fascino tra hip hop, jazz e r & b sottilmente elettrico. Tuttavia non sembra che il giovane abbia trovato la sua strada definitiva: pubblica prima un cd di transizione, “While You Were Sleeping” rivolto al rock e poi lo splendido “Yesterday I Had the Blues” dedicato a Billie Holiday. Arriviamo al concerto di Bari con varie perplessità su quello che Jose farà ascoltare, considerando che si tratta del materiale del prossimo disco, “Love in a Time of Madness”, previsto per il prossimo anno.
Se ci voleva sorprendere il ragazzo ci riesce in pieno: dove sia finita quella voce ricca di sfumature, intimista, notturna e sensuale delle ballate jazz non si sa. Ora è tutto e solo hip hop con qualche sprazzo di soul e r & b snaturati e stravolti, soprattutto quando vengono calati in un rap ossessivo e insistente. A tratti si ha la sensazione di avere di fronte un disc-jockey alla consolle che simula di manipolare i suoni con i dischi sui piatti. Sul palco corre in aiuto Nate Smith, eccellente batterista dell’area jazz di Dave Holland, Chris Potter e Ravi Coltrane: per il resto sono basi registrate, loop e campionature che lo stesso Jose a un certo punto organizza e dirige attraverso un computer. Il drum and bass si realizza grazie all’elettronica che supporta il gran lavoro alla batteria (non viceversa) dove Smith suda copiosamente le famose sette camicie. Ed è un successo (annunciato?) di pubblico che applaude, gioisce e si agita al ritmo sulle poltrone. Ma di quel quel jazz notturno e amabile non c’è traccia, nemmeno in un piccolo tributo alla Holiday che il musicista considera la sua madre artistica.
Strappa applausi “Trouble” mentre lascia tutti incantati (e spiazzati) il bis, quando James canta accompagnandosi con la chitarra, “While You Were Sleeping”, splendida ballata lunare.











