Non si esce vivi dagli anni ’90. L’ultima decade del vecchio millennio è un rifugio sicuro per quanti ancora rimpiangono l’avvicendarsi fra i due secolo. L’ultimo tour dei Negrita, venerdì 18 marzo sul palco del Demodé a Modugno, è una serenata distorta al balcone della gioventù persa di vista, dell’odore di nafta e dei chilometri macinati in furgone, data su data, quando per il gruppo aretino non vi era ancora “nessuna certezza”, come cantano in 1992.
Chitarre bene in vista e giù di distorsione, ai Negrita non interessa seguire mode o canovacci della scena indie. La band ha ibernato fra le tracce dei primi album un’epoca oggi lontana. Disgela pillole di nostalgia ad uso e consumo di quanti, per due ore di concerto, sembrano volersi scrollare di dosso l’accelerazione dei tempi che cambiano. Per Pau e compagni la dannata voglia di evitare l’anno di naja – in Militare – è ancora oggi lo spunto per tratteggiare sul palco la propria indole pacifista. Poser, per stessa ammissione del frontman del gruppo, rappresenta uno spartiacque fra un mondo di plastica e uno fatto di sangue e sudore.
Paolo “Pau” Bruni è perfettamente a suo agio con l’atmosfera del club. Entra in empatia con il pubblico sin dalle prime battute, lo invita a ballare – con le buone e le cattive – e lo accompagna in un viaggio nella macchina del tempo che affianca esordi e sviluppo della carriera dei Negrita, bassa Padana e Sud America. Giacomo “Giacomino” Rossetti al basso è il fresco neo-acquisto che imbraccia il basso e irrompe sulla scena con la stessa scalmanata energia del frontman. A fare da contraltare, la compostezza scenica di Enrico “Drigo” Salvi e Cesare “Mac” Petricich, che passeggiano sul palco e preferiscono dare le luci della ribalta a riff e fraseggi delle loro chitarre.
Due ore di spettacolo tirato, quasi senza sosta o boccate di ossigeno per quella parte pubblico meno avvezza al “pogo” e legato alle ballate del gruppo aretino. Pubblico che, almeno a metà sala, non ha fatto a meno di borbottare per un acustica non sempre ottimale che, in alcuni tratti, sommergeva la voce di Pau nel boato dei distorsori. Del resto questo è il Demodé, e qui non è Hollywood.
(si ringrazia Giorgia Murgolo per la foto)











