Prendi una notte speciale, quella notte che aspetti per un anno. Il red carpet, il glamour, i pronostici, le star, i sorrisi. Prendi le luci dei riflettori, un palco hollywoodiano, la tensione dei candidati nel momento in cui stanno per scoprire se hanno vinto l’Oscar oppure no. Prendi Jimmy Kimmel che fa quasi rimpiangere la conduzione di David Letterman, una serata in cui le uniche emozioni sono il momento “In Memoriam” con la chiusura su Carrie Fisher e l’esibizione di John Legend. Lentamente arrivi alla fine, mentre il sole qui sta sorgendo e li, dall’altra parte del mondo, stanno per cominciare i party.
Prendi l’emozione della vittoria o la delusione della sconfitta.
Poi, arriva Warren Beatty e, in una frazione di secondo, capisci che quello che stai guardando passerà letteralmente alla storia.
Chi vi scrive sta ancora ridendo a crepapelle, spinto da un moto di leggera cattiveria, ma perdonatemela: in ventisette anni di Notti degli Oscar non mi era mai capitato di vedere un pasticciaccio brutto come questo. Ed esilarante.
Fino alla fine, sembrava che il trittico delle facce di Denzel, Viggo e Ryan, nel momento in cui Casey Affleck veniva proclamato miglio attore protagonista, fosse il momento più cinicamente divertente della serata. Perché diciamolo pure, noi spettatori siamo un po’ stronzi e ci fa godere il vedere la delusione sul volto dei nostri beniamini. Complice un Kimmel mediocre, imperdonabile per un comico che poteva passare metà della serata bersagliando Trump veleggiando tranquillo, tutto stava passando nel dimenticatoio istante dopo istante. “La La Land” vinceva meno del previsto, Mel Gibson raccoglieva le briciole, “Manchester by the sea” lanciava definitivamente Affleck Jr, Viola Davis stringeva la statuetta giustamente orgogliosa, l’uccellino vinceva l’Oscar come miglior corto animato e “Fuocoammare” veniva snobbato. Ryan Gosling restava a guardare il suo regista che saliva gaudente e vittorioso sul palco, pensando a Emma Stone (bellissima, ma che ve lo dico a fare) e al suo ringraziamento per averla “fatta sempre ridere sul set”. Ma lo psicodramma era dietro l’angolo.
Per annunciare il premio al miglior film salgono sul palco Bonnie e Clyde, ovvero Warren Beatty e Faye Dunaway. Gli anni sono passati e sono visibili sul volto dell’ex tombeur de femme, mentre Faye sembra aver fatto qualche centinaio di lifting di troppo, tanto da sembrare la mamma di Jonathan Pryce in “Brazil”. Ma sono sempre due mostri sacri e gli si perdona anche quel vago senso di rincoglionimento che manifestano neanche troppo velatamente. Warren apre la busta e tergiversa per una ventina di secondi, guarda la scritta, ricontrolla nella busta, riguarda la scritta e poi, quasi inspiegabilmente, passa il cartoncino a Faye. E mica era un gesto di galanteria…
Tant’è, Faye rompe gli indugi e blascica La La. Boato del pubblico, di quelli di circostanza dato che lo sapevano anche le pietre che era il favorito, e il novantanove per cento del cast sale a ritirare il premio e la gloria. Ryan mantiene le terga sulla sedia, chissà se per delusione o perché aveva capito che qualcosa non quadrava. Baci, abbracci, discorsi peace and love e orchestra pronta a chiosare per chiudere la serata ed andare ad ubriacarsi.
Quando ad un tratto un produttore interrompe il discorso, il panico piomba in sala. “Non abbiamo vinto noi! Ha vinto ‘Moonlight‘!”, esclama invasato. Strappa la bustta dalle mani di Beatty e mostra al mondo la verità, con l’aria di Fox Mulder che grida “Ve l’avevo detto!” durante un’invasione aliena. Emma Stone assume l’espressione del “Ohu, basta che non vi siete sbagliati anche per il mio!”, Beatty sorride incartapecorito e totalmente assente come un nonno novantenne durante la tombola, e Kimmel che tenta di buttarsi nella buca dell’orchestra per scappare in un paese senza l’estradizione. Quelli di “Moonlight” non se lo fanno ripetere due volte e si scaraventano sugli Oscar mentre i lalalendiani tentano una futile resistenza fatta di scuse e strette di mano, mentre preparano lo scatto verso il dietro le quinte con i premi. Disarmante la difesa di Beatty: “Hanno sbagliato la busta! Ho letto Emma Stone e ho pensato male!”.
Questa la cronaca. Potremmo stare qui a parlare dei meriti di “Moonlight”, un piccolo film sulla difficile vita di un ragazzo omosessuale di colore a Miami, delicato e allo stesso tempo crudo. Ma è facile pronosticare che farà la stessa fine de “Il caso Spotlight”, che cadrà nel dimenticatoio nonostante i meriti. Certo, è stato un voto politico, una piccola vendetta di Hollywood verso la Casa Bianca e una sorta di commiato per Obama. Il peso di una storia simile è quasi insostenibile per un presidente anti-integrazione e tacciato di xenofobia e omofobia.
Ma una scena come quella finale rimarrà indelebile nella memoria di tutti i cinefili e non. Le buste degli Oscar sono come i file della CIA, impenetrabili, segretissimi e a prova di errore. E, infatti, non si è trattato di un errore organizzativo. Mi piace pensare che sia stato uno scherzo del buon Warren, certo di cattivo gusto, ma sempre meglio dell’ammettere che il cervello lo abbia abbandonato temporaneamente.
Resta solo un dubbio. Qualcosa che la regia ha pensato bene di celare.
Chissà che faccia ha fatto Ryan Gosling… Di sicuro, è quello che stanotte berrà alla salute di tutti.











