HomeStoria della PugliaQuando la Grande Guerra arrivò a Taranto

Quando la Grande Guerra arrivò a Taranto

Durante la prima guerra mondiale, Taranto assunse un ruolo di primo piano con il suo Arsenale e, soprattutto, i nuovi Cantieri Navali “Franco Tosi”, sorti per la riparazione e la costruzione delle navi da guerra.

Si trattava di una società di Legnano, con strutture di alto livello, soprattutto rispetto ai vecchi e modesti cantieri cittadini. Mentre le offifine si stavano ancora approntando, gia’ venivano stipulati i contratti per le prime “ordinazioni” della Marina italiana: due sommergibili e dieci dragamine.

Il 4 giugno 1916 venne varata la prima nave interamente costruita nello stabilimento: il rimorchiatore “Villa Cortese”, per i servizi dello stesso Cantiere. Alla cerimonia presenziò il Duca degli Abruzzi e, per l’occasione, venne offerto dal “Caffè Greco” il più ricco champagne disponibile.

Con i Cantieri veniva indotto, nel tessuto sociale della città, un forte incremento di  manodopera: si trattava della più grande concentrazione operaia del Mezzogiorno, non priva di iniziativa: anche nel pieno della loro attività e dello sforzo bellico, infatti, i lavoratori degli stabilimenti Tosi scioperarono per un aumento salariale, ottenendo risultati già dopo due giorni di agitazione.

Allo scoppio della guerra, Taranto divenne, in poco tempo, la base navale più importante e, al contempo, il rifugio più sicuro per la flotta interalleata italiana, francese e inglese.

Mentre il Comando Militare provvedeva alle opere di fortificazione e di difesa nello Jonio e nel basso Adriatico, la popolazione civile si organizzava in vari comitati per raccogliere fondi, risorse e beni di prima necessità.

Funzionava da subito la Croce Rossa per la raccolta della lana, per i degenti, per un servizio d’informazioni. Veniva aperta una Casa del Soldato e un dispensario. Le signore si distinguevano nella raccolta di offerte d’oro e d’argento, comprese alcune elargizioni inusuali. Funzionari sanitari attuavano con successo l’idea di raccogliere offerte per la guerra nelle case da the. Tutte le tenutarie delle case di piacere esistenti in Taranto e le donne ad esse iscritte, risposero con entusiasmo all’appello di solidarietà patriottica.

Intanto, mentre l’Arsenale provvedeva ai nuovi impianti di armi, agli adattamenti dei nuovi sistemi protettivi, alle continue riparazioni necessarie al naviglio silurante, la città fungeva da capolinea e centro di smistamento per le spedizioni in Grecia,  Albania, Macedonia e Montenegro.

L’andirvieni incessante dei convogli di piroscafi e navi di scorta motivava la nascita di giganteschi accampamenti,  dove si avvicendavano decine di migliaia di giovani di varia estrazione e nazionalità, in una babele di lingue.

Ufficiali britannici col casco bianco, maestosi indiani coi turbanti di seta, piccoli giapponesi indaffarati e sfuggenti, sultani, belle donne, pirati: di questa vasta e pittoresca ondata di stranieri, a guerra finita, non rimase quasi nulla, eccetto un “Caffè degli alleati” e qualche insegna dalla scritta esotica.

Nei primi anni del conflitto, per provvedere ai nuovi impianti di armi, agli adattamenti dei nuovi sistemi protettivi, alle continue riparazioni di un naviglio silurante già logorato dalla guerra di Libia, Taranto attraeva come una calamita soldati da tutte le parti del mondo, ma anche una nuova leva di tecnici e maestranze dal circondario e da tutta Italia.

In Arsenale si lavorava a pieno ritmo anche di notte, per supportare una guerra che sembrava lontanissima.

L’illusione però non durò per sempre: la notte del 2 agosto 1916 un attentato fece esplodere la nave da battaglia Leonardo da Vinci, ancorata nel Mar Piccolo.

Uno scoppio del deposito munizioni fece saltare in aria, e quindi affondare, la più potente delle sei navi di cui era composta la prima “squadra da battaglia” della flotta italiana, causando la morte di 21 ufficiali, 42 sottufficiali e 186 marinai.

La nave si capovolse e s’immerse, lasciando fuoriuscire dall’acqua, per cinque metri, solo la chiglia.

Una commissione d’inchiesta, qualche giorno dopo, accertò, senza alcun dubbio, la natura dell’attentato e non mancò di evidenziare alcune deficienze del servizio di bordo, nella sorveglianza della piazzaforte.

La città vecchia del capoluogo jonico fu “toccata” dall’esplosione, perché parecchi marinai imbarcati sulla ‘Leonardo’ erano tarantini. Venne fissata una taglia di centomila lire per chi fosse riuscita a scoprire i dinamitardi. Nella caccia alla spia, si trovarono coinvolti un commissario di P.S. e un commerciante latitante e vennero scoperti e arrestati diversi sabotatori nemici nascosti in Puglia.

Si trattò di un vile attentato, ma permise alla città di Taranto di scrivere anche il proprio nome nel libro dei sacrifici compiuti dall’Italia durante la “Grande Guerra”.

 

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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