Per quanto il risultato sia netto, nessuno può salire sul carro del vincitore. Nonostante le urla e gli insulti, le bugie e le smentite, le fritture di pesce e le accozzaglie, siamo sopravvissuti a questo referendum dall’esito non sussurrato come lo erano le prospettive finali degli sconfitti.
Le ultime settimane sono state un bombardamento mediatico che hanno fatto impallidire le comparsate di Berlusconi nel suo periodo d’oro. Renzi era onnipresente, dalla D’Urso a Giletti passando per Mentana, con il suo faccione stampato sulle lettere recapitate in ogni abitazione per promuovere il “si”, con i viaggi in giro per il mondo e la cena con Obama, dove cercava compulsivamente fotografi e telecamere quasi gli mancasse alla collezione una foto con l’uomo più potente del mondo.
Dall’altro lato i vari Brunetta, Salvini e Di Maio passavano a coprire le tracce del premier negli stessi programmi, smontando pezzo per pezzo il quesito referendario con motivazioni, francamente, plausibili ma il più delle volte espresse con una veemenza utile solo a fomentare l’antipatia per Renzi.
Considerare la riforma “scritta” dalla Boschi una solida alternativa alle parole scolpite dai nostri padri costituzionalisti era un’ammissione di idiozia da parte di chiunque abbia votato favorevolmente; non si offenda nessuno, ma bastava leggerne per davvero ogni singola riga per capire quale minestrone bolliva in pentola.
Uno sfacelo unico, sconclusionato e fondamentalmente basata sul “poi lo aggiusteremo”, per di più sottoposta all’approvazione popolare insieme ad altri quesiti specchietti per le allodole. L’idea di incorporarla insieme alla diminuizione dei senatori e l’abolizione del CNEL era, sulla carta, una cosa geniale, buona per convincere l’elettore sprovveduto a barrare il “si” perché attratto dalle promesse di clamorosi risparmi sui costi della politica (bufala prontamente smentita dalla Corte dei Conti).
Peggio è stato ammettere che era meglio votare a favore per cambiare le cose una volta per tutte, anche se era tutto un guazzabuglio di fesserie, anche grammaticalmente. Il 40% dei votanti ha abboccato, chi per vedere l’effetto che faceva cambiare, chi perchè “Matteo mi sta simpatico”. Motivazioni da Repubblica delle banane, degna di una coalizione di governo che si reggeva sulla stampella Verdini. Ma non solo su quella. Una percentuale è frutto delle paranze di De Luca, dei giovani sindaci che avevano puntato tutto sul premier e ora si ritrovano sperduti, degli alfaniani che sembrano una razza aliena di un pianeta oramai distrutto e degli endorsement di vari personaggi come Il Volo, Sorrentino e Benigni (non dimentichiamoci della legge sul cinema varata da Renzi un mese fa che regala soldi a pioggia alla cinematografia italiana).
Ma il discorso si può fare in maniera speculare per quanto riguarda il fronte del “no”.
A parte frasi ad effetto come “scrofa ferita” per indicare l’avversario, che non si addice ad una classe politica civile, gli smascheramenti delle bugie di un premier mentitore patologico resi in maniera quasi melodrammatica (tanto da fargli sembrare quasi una cosa comica) e le varie problematiche sull’immigrazione che c’entravano con il referendum quanto i cavoli a colazione, hanno dimostrato che anche il fronte del “no” è stata una bolgia infernale di chiacchiere e pernacchie, sminuendo sensibilmente la nobile causa che doveva difendere.
A parte un incredibile Travaglio che è riuscito con intelligenza e precisione a smontare pezzo per pezzo la riforma Boschi, abbiamo assistito a una guerra intestina alla destra per un’eventuale premiership post Renzi, e questo ha dato la misura di quanto potesse fregare a Berlusconi & C. di cosa sarebbe cambiato realmente nella carta costituzionale. All’interno dello stesso PD lo scontro si è fatto da subito aspro, con il rottamato D’Alema in cerca di vendetta sul giovane spaccone.
E proprio la tracotanza di Renzi ha contribuito alla sua caduta e alla vittoria del fronte del “no”. Purtroppo. Perché la maggior parte del popolo ha votato in base all’antipatia per il premier, certo fondata ma non si votava su questo. Renzi era quello della manina sul DL fiscale e del 3%, quel mistero da libro di Agatha Christie che si era risolto come in “L’assassino di Roger Aykroid”, quello che veniva applaudito dai leopoldini mentre fuori i contestatori venivano manganellati con il silenzio complice delle tv, quello che si sentiva forte per il 40% alle Europee basato su una percentuale di votanti poco al di sopra del 50%, quello che ha personalizzato a giorni alterni questo quesito. E tante altre cose.
Ma non si può scegliere in base alla simpatia o a cosa è meno peggio.
Un popolo cosciente non può permettersi un errore simile. Chiunque si reca in un seggio elettorale per votare dovrebbe avere ben in mente cosa sta facendo, perché il suo voto è una goccia nel mare, ma il mare non esisterebbe senza tante gocce.
Buona parte degli italiani esultano stamane perché Renzi è caduto, mentre un’altra parte si strugge per la probabile fine del nuovo che avanza.
In pochi si sono resi conto che la vera vincitrice è la Costituzione, quel libro si imperfetto ma fondamentale per la nostra democrazia. E mai tanto imperfetto da essere sostituito da delle riforme scritte da un’armata Brancaleone supportata da lobby e industriali, in grado di comprare una fetta di popolo con bonus e spiccioli in busta paga, con contratti con i lavoratori chiusi con una tempestività sospetta e frasi da Azzeccagarbugli manzoniano. Ma neanche difesa da chi sbraita, insulta e sa dire solo “abbiamo vinto!”.
Nessuno ha vinto e nessuno deve salire sul carro dei vincitori. Ha vinto solamente la Costituzione e nessuno può mettergli i piedi sopra.











