Serena Santorelli è una giovane scrittrice nata su Facebook. Abbiamo trovato girovagando sulla rete, man mano che il tempo passava, sempre più frasi, citazioni, aforismi con in calce la sua firma. Pagine come “Tra Genio e Follia” hanno fatto sì che s’accendessero i riflettori sulla sua bravura e sulla straordinaria capacità di comunicare emozioni. Nel 2014 per “Galassia Arte” esce il suo primo libro: “In Punta di Cuore”, disponibile nei maggiori canali di distribuzione sia fisici che web (Feltrinelli, Ibs, Amazon, ecc).
Non fa parlare di sé per promozione, non ci troverete molto gossip né carne al fuoco. Personalmente l’ho conosciuta come tutti quelli che ne hanno apprezzato le doti, leggendone i componimenti. Vive a Pomigliano D’Arco (NA) classe 1982. Ma forse è meglio conoscerla con le sue parole, le stesse, che hanno commosso i suoi fan.
Serena è nata nei blog, nelle citazioni, nel passaparola. Un esempio raro di tumulto dal basso. Cosa spinge le emozioni a diventare pubbliche?
“Il bisogno di scrivere, per me non è mai stato correlato alla necessità che ciò che scrivevo diventasse pubblico. Ho sempre scritto a prescindere dagli altri, con la differenza che un giorno le mie parole sono state notate da un blog molto grande che è “Tra genio e follia”. Da lì, le persone hanno cominciato a conoscermi e ad apprezzarmi. Questo ha fatto nascere in me la consapevolezza che forse potevo spingermi oltre e provare a creare una pagina tutta mia.”
Il libro “In punta di cuore”, la tua raccolta di frasi e citazioni, ha avuto un gran successo tra i sognatori. In fondo anche nell’era dei social, c’è bisogno dei sentimenti. Pensi che sia cambiata nel corso delle generazioni, la società?
“La società non è cambiata. Non nel modo di emozionarsi, almeno. È una società composta da persone che vivono di raziocinio, ma anche di sensazioni e di stati d’animo che non sempre si riescono a manifestare. Ecco, in tal senso, chi scrive ha un ruolo importante. Traduce in parole, emozioni nelle quali gli altri si rivedono. Chi scrive unisce i cuori della gente. È una cosa meravigliosa, una possibilità incredibile sulla quale io stessa mi fermo spesso a ragionare.”
Da cosa nasce il tuo bisogno di scrivere? E’ un esercizio nato per te, o direttamente per gli altri, per la condivisione?
“Il mio è senz’altro un bisogno interiore, un esercizio catartico per la mia anima. Scrivo perché non so vivere senza la scrittura. Ma è pur vero che la mia scrittura attinge continuamente dalle storie alle quali tutti i giorni assisto nel mio lavoro di giornalista o che semplicemente leggo nelle mail che in tanti mi scrivono. La mia scrittura si fonde completamente con il mio lavoro, che poi è anche la mia passione. Sono molto fortunata.”
C’è uno schema, una logica nell’uso delle parole? Esiste, insomma, una ricetta vincente per colpire il lettore? Tu hai fatto studi inerenti alla comunicazione, questo conta?
“Non seguo nessuno schema e credo che si veda anche. I miei studi sulla comunicazione mi hanno aiutato nella misura in cui mi hanno insegnato come si scrive un articolo di giornale, non come si scrive una poesia. Che poi, anche a livello giornalistico, sono cresciuta molto più sul campo che sui banchi universitari. La ricetta vincente è forse proprio questa: non avere schemi. È una cosa che il lettore percepisce. Se scrivi soltanto per gli altri, prima o poi gli altri se ne accorgono. E ti mollano.”
Il cantautore Felice Romano sta portando in giro il tuo “verbo” nei teatri. Com’è nata questa collaborazione? Come si fondono le tue parole, con le sue?
“È una collaborazione nella quale ha fortemente creduto il regista e curatore degli spettacoli di Felice Romano, che è Claudio Murat. Romano è un cantautore che definirei fresco ma anche dolcemente antico, nel senso più bello del termine. Scrive testi di grande sensibilità e ha scelto le mie parole per accompagnare i suoi spettacoli nei vari teatri italiani.
Il prossimo appuntamento è per il 14 Aprile, al Teatro Gloria di Pomigliano D’Arco. Lì, gli spettatori saranno accolti da frasi mie stampate su tanti cartoncini che gireranno durante il concerto e che faranno loro compagnia, permettendo momenti di riflessione alternati a momenti di grande musica.
Il mondo dell’editoria è in profonda crisi da anni. Spesso ai giovani viene chiesto di autoprodursi, autosostenersi, non c’è più dietro chi investa nella cultura, che sia essa puramente scritta o musicata. Che consiglio daresti ad un novello emergente?
“È una domanda che mi fa sorridere, perché io anche sono un’emergente. E quindi, a tutti quelli come me, consiglierei prima di tutto di leggere tanto, senza per questo smettere di scrivere. Poi, bisogna credere nel proprio sogno. Crederci davvero molto, intendo. Crederci è già un po’ mettere le basi per realizzarlo.”
Vivi nella provincia di Napoli. Una città eterna e dannata, tanto bella quanto incapace di funzionare. Se dovessi scriverle una citazione, cosa le dedicheresti?
“Pochi credono in te, Sud. Eppure, nessuno rimane uguale dopo averti vissuto.”
Per chiudere, diventare nota al pubblico, come ha cambiato il tuo rapporto con la gente? Immagino molti ti contattino per raccontarti storie, per chiedere pareri, le persone si innamorano del personaggio?
Il mio rapporto con la gente non è cambiato. È un rapporto straripante di emozioni. Soltanto che adesso, a differenza di prima, le persone con le quali mi confronto sono molte di più. Ma la chiave di questi rapporti è sempre la stessa: Il dialogo, la parola. Se si innamorano del personaggio non lo so, non mi è mai capitata una dichiarazione d’amore in tal senso. Sicuramente, in generale il personaggio affascina, ma non credo sia questo il caso. Le persone mi apprezzano perché sono assolutamente una di loro. Di personaggio, diciamolo, ho ben poco. E mi va bene così.











