A volte si realizzano in maniera naturale delle commistioni artistiche, e quindi anche musicali, fra stili apparentemente lontani culturalmente e geograficamente. Si scoprono nuove forme espressive che riscuotono a volte un insospettato successo, tanto che la critica si affanna poi a inventarsi necessità storiche. E questo è proprio il caso del jazz manouche, o gypsy jazz.
Capita nel 1910 che in un carrozzone di zingari Sinti (originari della valle dell’Indo), che nel continuo girovagare dei gitani allora si trovava in Belgio, venga alla luce tale Diango Reinhardt; divenuto ragazzo Django impara a suonare il banjo; ma un giorno capita che quella roulotte prenda fuoco e il giovane resti menomato alla mano sinistra per cui è costretto ad abbandonare il banjo per la chitarra; e capita che negli anni ’30 il giovane a Parigi ascolti ragtime, dixieland, Duke Ellington, Louis Armstrong e musette francese. Lo swing e la cultura Sinti si incontrano senza forzatura nella mente di Django, e nasce quello che i Francesi poi chiamarono “jazz manouche” (in Francia i manouches o manus sono proprio i Sinti).
Oggi quella musica sopravvive intatta nelle sue caratteristiche esecutive in alcuni musicisti come Birèli Lagrène e Stochelo Rosenberg. Quest’ultimo è proprio un Sinti, nato in Olanda: impara a 10 anni a suonare la chitarra dal padre Mimer e dallo zio Wasso, rimanendo fortemente ancorato alla musica di Django, tanto da utilizzare lo stesso tipo di chitarra, la Selmer oval-hole. Non ama tanto frequentare le sale di incisione e, insieme con il cugino Nous’che e il fratello Nonnie, preferisce offrire concerti a comunità gitane. A Bari è intervenuto al Teatro Forma invitato dall’associazione “Nel gioco del jazz”, sempre in trio, formato per l’occasione dai pugliesissimi Salvatore Russo alla chitarra e Camillo Pace al contrabbasso. Il jazz manouche non ha batteria né ottoni, fatto inusuale nel jazz: pertanto la sezione ritmica, per realizzare il caratteristico stile fortemente cadenzato, è ottenuta proprio da chitarra, detta ‘la pompe’, e contrabbasso. Per diventare musicisti manouche è però indispensabile essere dei virtuosi degli strumenti: servono perizia e mestiere, a cui aggiungere una abbondante dose di passione. Tutte doti che non mancano ai tre che sono saliti sul palco e ci hanno ‘dato dentro’ con tanto sincero entusiasmo. Grandissimo Stochelo, infaticabile, con la mano sinistra sempre veloce e sicura sulla tastiera; perfetto interplay, con una intesa che ha le connotazioni di un saggio e convinto collaudo; non molte le improvvisazioni, ma tutte godibilissime e centrate, con i classici applausi a scena aperta. È una musica che scorre, scivola liberamente, pur nei limiti della sua essenza: strutturata in combinazioni varie, proprio per questo è incapace di ulteriori contaminazioni, nonostante le evidenti somiglianze col flamenco che pure è di origine gitana. E ci sono adattamenti e arrangiamenti di pezzi diversamente famosi, perché il manouche è, come tanti altri, uno stile, e come tale in quello stile qualunque composizione si può arrangiare. Ai successi di Django, giusto per riscaldare l’ambiente anche se non se ne sente il bisogno (“Nuages”, “Les Jeux Noir”, “Django’s Tiger”), seguono brani originali di Stochelo, “For Sephora”, “Double Jeu”, “All the Things You Are”; non mancano i valzer “La Gitane”, “Dolores” e le spensierate “Hungaria” e “Joseph’s Tiger”, “Troublant Bolero”. Sono tre gli omaggi: a The Duke con “Caravan”; a Stevie Wonder con “I Wish”, difficilissima da eseguire alle chitarre; a Nino Rota con la colonna sonora de “Il padrino”, uno dei momenti migliori in assoluto, con la musica eseguita prima in maniera tradizionale e poi, con un cambio repentino di registro, in stile manouche.
Il bis, inevitabile e programmato, è l’ultimo e doveroso tributo a Django: “Minor Swing”, la composizione più famosa del musicista sinti/belga.
Alla fine del concerto mi è tornato il dubbio che non ho ancora sciolto: e se Django non avesse fatto altro che usare la chitarra come un banjo? Forse il dubbio è stato anche suo e lo ha voluto lasciare in eredità. A Stochelo Rosenberg!












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