Tomas Milian. Solo Er Monnezza? No. Molto di più: un grande e completo attore

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Una cosa che il pubblico amava di Tomas Milian era lo sguardo trucido, da tossico, incorniciato sotto una cascata di capelli unti e un berretto di lana.

Per quanto poco rassicurante, quel viso era diventato un amico di famiglia per un’intera generazione e, in seguito, una scoperta per le altre. E anche il culmine della carriera di un grande attore, troppo sottovalutato dal lato artistico proprio perchè divenuto prigioniero del suo personaggio più famoso, al pari di Perkins/Norman Bates.

Ma provava una soddisfazione immensa nel sapere che il suo nome e il suo volto, almeno per l’amato pubblico italiano, erano più riconoscibili di quelli di attori con cui recitava del calibro di Henry Silva o Mel Ferrer.

Grazie ad un onesto artigiano della cinepresa, Umberto Lenzi, Milian girò tantissime pellicole rientrate poi nel genere “poliziottesco” (neologismo italico per distinguere i prodotti all’amatriciana dalle ben più ‘nobili’ pellicole hollywoodiane).

Ma tra titoli come “Milano odia: la polizia non può sparare” e “la banda del gobbo” e, negli anni ’80, commedie scollacciate, si nascondeva un professionista di razza, diplomato all’Actor’s Studio (fucina di talenti del calibro di Marlon Brando e Robert De Niro).

Profugo cubano, sbarcato negli USA negli anni ’50, decide di rischiare il tutto per tutto trasferendosi da New York in Italia, cosa assai estrosa per il periodo d’oro delle produzioni a stelle e strisce.

Ma quella scelta folle si rivelò azzeccata, perché grazie all’occhio lungo di Mauro Bolognini, Milian viene notato durante una performance al Festival di Spoleto e scritturato per “La notte brava”. Il suo talento non sfugge ad altri registi come Lattuada, Visconti e Pasolini, tanto da recitare in un cult come “Il bell’Antonio”, un titolo che stride pesantemente (artisticamente) con le scelte professionali successive.

Il motivo è semplice: come sempre nel mondo del cinema, ad uno spiccato talento non corrispondono quasi mai adeguati compensi. Se si aggiunge anche una certa maniacalità (leggi doppiaggi appena che sufficienti e, talvolta, inespressivi), Milian stacca il cordone ombelicale che lo legava al cinema d’autore per percorrere la strada del cinema popolare.

Ed è allora che, grazie anche alla voce di Ferruccio Amendola, che il mito nasce.

Dal commissario Girardi al meccanico “Monnezza”, gli anni ’70 consacrano l’attore al successo e alla fama, quasi uno sberleffo per uno che aveva ben altre mire interpretative. Ma proprio il suo carisma e la sua bravura riescono a tratteggiare quei personaggi caricaturali ed eccessivi, senza renderli del tutto irreali e fotografando in maniera egregia un modo di essere tipicamente capitolino, quello del coatto di periferia che si trova ad affrontare via via situazioni pericolose e irresistibilmente comiche quando si approccia al perbenismo della borghesia. Con un altro compianto protagonista del cinema di allora, Bombolo (artista ancora oggi fin troppo sottovalutato e catalogato), si forma una coppia cinematografica perfetta, una sorta di Stanlio e Ollio di borgata.

Ma le mode passano, i generi cambiano e gli attori di razza devono sapersi adattare. Pochi sopravvivono sugli schermi all’ondata di rinnovamento, tant’è che anche Milian sembra accusare il colpo. Dopo lo spaghetti-western, le sparatorie, le battutacce ed essersi districato tra i culi e tette della Fenech e la Rizzoli, Tomas viene accantonato da registi e produttori, convinti che oramai il suo personaggio non funzioni più, per far posto alle commedie sofisticate e introspettive. La “sua” Italia sembra avergli voltato le spalle, irriconoscente.

Ma proprio il ritorno negli Stati Uniti si rivela il giusto premio: Spielberg, Pollack, Stone e Tony Scott lo richiamano all’opera per recitare in pellicole del calibro di “Amistad”, “Revenge”, “JFK” e “Havana”, blockbuster in cui gli venivano regalate parti brevi ma intense, anche se nella penisola in pochi riuscivano a riconoscerlo senza trucco e parrucca. Uno smacco, quasi. Ma a Milian non interessava, per lui la recitazione era la ragione di vita e in pochi consideravano quel cambio di rotta come l’ennesima dimostrazione di versatilità di un grande attore.

Se n’è andato a 84 anni, in quella Miami che l’aveva accolto dopo la fuga dal regime di Batista, dopo una vita intensa e mai scontata. Senza freni, veli e peli sulla lingua, come quando critico aspramente “Il ritorno del Monnezza”, un filmaccio con Claudio Amendola totalmente fuori luogo e senza l’appèal dei suoi capostipiti. Orgoglioso del suo orientamento bisessuale quasi decantato come una dimostrazione della doppia anima cinematografica, drammatica e comica. Sarà un peccato vederlo ricordato su tutti i giornali accompagnato da una foto del Monnezza: certo, quello era il suo tratto più popolare e riconoscibile. Ma la speranza è che venga riscoperta e rivalutata l’intera carriera di un grande attore, incarnazione di una cultura popolare ma anche di una immensa professionalità.

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