Twin Peaks, tornano le emozioni di David Lynch sul piccolo schermo

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Questa non è una recensione, un’analisi o un tentativo di spiegare cosa passa per la testa di David Lynch. Questa è un resoconto dei fatti, l’unica cosa possibile da fare.

Anche perché venticinque anni dopo qualcosa è cambiato e, alla luce della piega da soap opera presa nella seconda stagione, verrebbe da dire in meglio. Ma non è possibile fare previsioni quando si ha a che fare con l’irrazionale, l’onirico, il metafisico.

L’unica certezza è che “Twin Peaks” è tornato, anche se di Twin Peaks ci sono pochissime tracce, giusto qualche accenno. Per ora.

La nebbia, l’acqua, il main theme di Badalamenti e il logo ci sono. E questo è bastato a far scorrere un brivido sulla schiena ad almeno due generazioni di spettatori, noi che abbiamo passato i mercoledì sera a domandarci chi avesse ucciso Laura Palmer. Ci sono anche lo sceriffo indiano Hawk, la Signora del Ceppo, il vice stralunato e la segretaria Lucy rintronata, i fratelli Horn, il gigante e l’uomo senza un braccio. C’è la Loggia Nera, Bob e Laura Palmer. Alla fine ritroviamo anche Shelly, Bobby e James. E, attenzione, viene nominato il maggiore Briggs, uno dei personaggi fin troppo sottovalutati che, tuttavia, potrebbe avere un ruolo fondamentale nella spiegazione (se mai ci fosse) su tutto quello che accade. Ammesso che sia accettabile, alla fine dei giochi, una connotazione extraterrestre…

L’agente Dale Cooper è vivo, vegeto e parecchio confuso. Dominato dal demone Bob è diventato un criminale assassino senza scrupoli, mentre la sua parte buona è imprigionata nella Loggia dove incontra prima lo spirito di Laura e poi l’uomo senza un braccio che gli indica la strada per rinsavire.

Ma proprio le sporadiche incursioni nella cittadina fanno pensare alla storia di Cooper come un MacGuffin Hitchcockiano. Infatti, la stragrande maggioranza della narrazione si snoda tra New York, Las Vegas e il South Dakota, introducendo nuovi personaggi e storie parallele che potrebbero incastrarsi e formare un puzzle complicatissimo.

C’è solo un piccolo particolare che, agli occhi più attenti dei fans sfegatati del Maestro Lynch, non è sicuramente sfuggito. Quasi impercettibile, magari autoreferenziale e basta, ma c’è. Se notate bene, nella scena in galera, mentre l’uomo si dispera per non aver commesso l’omicidio di cui è accusato, una lenta carrellata ci porta nella cella accanto dove compare una figura. Se l’avete riconosciuta saprete che è già comparsa in “Mulholland Drive” e, a grandi linee, dovrebbe rappresentare il destino. O magari la coscienza. O forse è un angelo. Ma potrebbe essere un barbone che appare e si smaterializza a suo piacimento.

Ecco, benvenuti a “Twin Peaks”, anticamera della mente di David Lynch.

Quel David Lynch che esordì sul grande schermo con “Erasehead”, dove la cosa più normale erano dei lillipuziani che vivevano sotot un termosifone, che venne definito da Mel Brooks un “James Stewart venuto da Marte” per poi produrgli “The Elephant man” (l’unica sua pellicola, insieme a “Una storia semplice” e “Dune” comprensibile), che portò lo stile telenovellistico alla Palma D’Oro di Cannes con la storia d’amore tamarra e struggente di “Cuore Selvaggio”, che riuscì a concludere un film ritornando al suo inizio senza alcun salto temporale (!) con “Strade perdute”. Che riprese la sua serie feticcio con “Fuoco cammina con me”, un tentativo chiassoso e poco riuscito di chiarire in qualche modo gli eventi antecedenti la serie. E che con “Mulholland drive” ha spiazzato, schoccato, affascinato milioni di persone in tutto il mondo, filmando quello che è a tutti gli effetti il suo capolavoro.

Nel mezzo c’è la pittura, la musica, l’amore per le macchine e per il suono. Oltre che la meditazione, sua grande passione che lo ha portato in giro per il globo per tenere conferenze sui metodi di concentrazione cerebrale. Il tutto incorniciato nel suo libro di pensieri “In acque profonde” (dove sostanzialmente afferma che le idee nuotano nella nostra testa e che dobbiamo buttare l’amo per pescarle, ovviamente…).

E c’è anche “Twin Peaks”, la creatura da lui concepita insieme a Mark Frost, un esperimento televisivo che portò, venticinque anni fa, lo spettatore ad un livello di concentrazione superiore rispetto al guardare le tette di Pamela Anderson in “Baywatch”.

Fu un cazzotto nello stomaco, fino ad allora nessuno era riuscito a proporre un prodotto così insolito, curato, cinematografico e incomprensibile sul piccolo schermo. Il fenomeno fu travolgente e il successo planetario.

La torta di ciliegie e il caffè nero, il nano che ballava e parlava al contrario, David Duchovny (In seguito Fox Mulder, mica nessuno Eh?) vestito da donna, la cocaina, le prostitute, i demoni, il sesso, i tradimenti vennero sdoganati con una violenza visiva senza precedenti per la tv. In  fondo, Twin Peaks è una cittadina come tante, come quella descritta nella sequenza iniziale di “Velluto Blu”, dove i bimbi giocano sui prati delle case, le famiglie accendono sorridenti il barbecue, il nonno annaffia l’erba e un orecchio mozzato sanguinante giace vicino ad un cespuglio. La normalità che nasconde il marcio più putrido, come nelle migliori famiglie. Tutto corredato da scenografie e musiche eccezionali, che nel corso degli anni sono diventati quasi un marchio di fabbrica dell’universo Lynchiano.

Non è possibile dare un giudizio senza farsi trasportare dall’onda dell’emozione o dal moto di disgusto per l’irrazionale. Sarebbe come tentare di convincere uno scienziato che esistono i sensitivi. Anche perchè gli indizi sono davvero pochi per capire quale direzione sta per prendere questa terza serie, se proseguirà sulla strada dell’inconcepibile o vedrà una svolta più concreta (francamente ne dubito).

L’unica certezza è l’estetica immutata e lo stile filmico con le inquadrature fisse sui personaggi silenziosi e la steady-cam che si insinua alle loro spalle come una presenza silenziosa, come il fumo che Lynch ama tanto, velo bianco sul nero dell’anima.

O lo si ama o lo si odia, nessuna mezza misura. Lo si accetta per come ci accompagna nel nulla tenendoci per mano o lo si denigra per la presunzione dell’imporre il proprio non pensiero. Scegliete voi.

Capire tu non puoi. Tu chiamale se vuoi emozioni.

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