Quando in Puglia nacque la criminalità organizzata

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Alla fine degli anni ’70 la Puglia cessò di essere un’isola felice nel panorama del Mezzogiorno e si arrese alla presenza ingombrante dei primi tentacoli mafiosi.
Fino a qual momento, la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, vale a dire le tre organizzazioni criminali più famose tra quelle operanti in Italia, erano considerate dei fenomeni generati da situazioni di profondo disagio socio economico, arretratezza e povertà; perciò, il benessere che caratterizzava il territorio pugliese, discordava con quel tipo di visione.
In realtà, la Puglia ospitava da tempo individui legati a gruppi mafiosi di spicco: a causa del “soggiorno” obbligato in case circondariali lontane dalla propria terra d’origine, i contatti tra i criminali pugliesi e gli affiliati di Cosa Nostra, della camorra e della ‘ndrangheta divennero sempre più serrati.
Molto attivi erano soprattutto i rapporti con la mafia campana, in particolar modo per quanto concerne il settore del contrabbando di tabacchi: enormi carichi di sigarette venivano scaricati sulle coste brindisine, per poi essere trasportate in Campania.
Il momento cruciale della colonizzazione camorristica in Puglia fu, però, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando le carceri pugliesi si riempirono di personalità aderenti alla Nuova Camorra Organizzata, fondata dal boss Raffaele Cutolo nel 1974.
Fu allora, infatti, che alcuni criminali di spicco locali si guadagnarono delle posizioni di prestigio nella detenzione del potere.
Si deve proprio a Cutolo il progetto di estendere i tentacoli della camorra al di là dei confini della regione campana, arruolando i malavitosi autoctoni reclutati dai sobborghi malfamati e dalle carceri.
Era il 1979 quando, prima all’Hotel Florio di Lucera, poi a Galatina, Cutolo procedette all’affiliazione di alcuni malavitosi pugliesi, creando, infine, la Nuova Grande Camorra Pugliese.
Si trattava di un’associazione formale, strutturata secondo il modello offerto dalla più grande consorella campana, con una propria gerarchia di comando.
La Puglia era ormai sotto il giogo della mafia.
Negli anni successivi, seguì una spietata guerra tra clan rivali, al termine della quale, però, la banda cutoliana fu sconfitta e la figura del boss napoletano perse vigore nell’intero meridione.
Questo coincise con la volontà dei criminali pugliesi di rivendicare la propria autonomia dalla dominazione straniera e, sfruttando le conoscenze delinquenziali nel frattempo acquisite, restituire la Puglia ai Pugliesi.
Il tramonto del “Professore” (così veniva chiamato Cutolo dai compagni di carcere, perchè era l’unico che sapesse leggere e scrivere) e il conseguente disfacimento della Nuova Camorra Pugliese, consentirono la nascita, dalle sue ceneri, di nuove e diverse formazioni criminali, le quali si diffusero a macchia di leopardo in tutta la Regione: la Famiglia Salentina, la Rosa, la Remo Lecce Libera sono solo alcuni dei clan che risucirono ad affermarsi.
Nelle province di Brindisi e Lecce nacque la Sacra Corona Unita (SCU), che si dimostrò subito il clan più agguerrito e meglio strutturato, grazie anche a profondi legami con la ‘Ndrangheta calabrese.
Salvatore Annacondia, uno degli esponenti di maggior spicco della criminalità pugliese, dichiarò alla Commissione Antimafia che il padre della SCU fu Umberto Bellocco, uno dei capi della ‘Ndrangheta: fu lui a dettare le regole del nuovo clan, a insegnare ai suoi giovani capi mentalità e modus operandi e, soprattutto, a battezzare lo statuto dell’organizzazione, elaborato dal brindisino Giuseppe Rogoli, nel carcere di Bari, la notte di Natale del 1981.
La SCU si diede un’ossatura solida, di tipo quasi feudale. Era organizzata su base piramidale: ogni zona doveva avere un clan; per ogni clan doveva esserci un capoclan e dei sottocapi, ciascuno dei quali poteva contare su personali uomini di fiducia.
La maggiore potenza della Sacra Corona Unita rispetto alle altre organizzazioni le consentì di occupare rapidamente i massimi gradini della gerarchia criminale pugliese.
La conquista di fette di illegalità spaziava dalla speculazione edilizia, allo spaccio della droga; dalle estorsioni ai danni di commercianti e professionisti, all’assassinio.
Le cosiddette “Squadre della morte” erano composte da individui, la cui identità era oscura al resto del gruppo. Essi costituivano il gruppo di fuoco di cui ciascuna famiglia era dotato: l’omicidio e la bruciatura del cadavere per cancellarne ogni traccia, la cosiddetta “lupara bianca“, rappresentavano la loro modalità operativa.
Questi uomini erano pronti ad ammazzare chi veniva designato dall’organizzazione come avversario, nemico o semplicemente un ostacolo da abbattere.
L’assassinio di Renata Fonte, figura di spicco del PRI, Partito Repubblicano Italiano ed ex assessore di Nardò, si collocò quasi certamente in quest’ottica.
La Fonte fu uccisa da due sicari il 31 marzo 1984, mentre stava ritornando nella sua abitazione. Dai tre livelli di giudizio furono individuati e condannati gli esecutori materiali dell’omicidio (Giuseppe Durante e Marcello My) e il mandante di primo livello (Antonio Spagnolo), rivale di partito di Renata e primo dei non eletti alle elezioni amministrative.
In realtà, il movente del crimine andava oltre il semplice risentimento personale: la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Lecce dichiarò il probabile coinvolgimento di altri personaggi, non meglio identificati, che avrebbero avuto obiettivi non raggiungibili con l’elezione di Renata Fonte; si ipotizzava che la sua attività di difesa del territorio neretino, avrebbe potuto impedire la realizzazione di forti guadagni, mediante speculazioni edilizie nell’area del parco di Porto Selvaggio.
Del resto, l’espansione del fenomeno mafioso in Puglia si realizzò anche grazie all’esistenza di contatti con settori della politica, degli organi di controllo statali e locali, della magistratura e dell’imprenditoria: la loro connivenza per interesse con i clan camorristici e la loro complicità in alcune delle azioni più criminali, garantirono ai boss pugliesi di agire indisturbati per molto tempo.
Il decennio che va dal 1980 al 1990 è stato uno dei più brutti della Puglia: la nostra terra tornò ad essere teatro di violenze e spazio di conquista del potere.

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Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

6 Commenti

  1. Gentile professore,
    grazie per l’interessantissimo articolo. A me risulterebbe però un incontro a Foggia, immediatamente seguito da una riunione in un cinema (raccontato da Cutolo stesso: sarà vero?)

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