HomeStoria della PugliaQuando a Gioia del Colle vinceva "il ministro della malavita"

Quando a Gioia del Colle vinceva “il ministro della malavita”

Durante l’età giolittiana, in Italia si verificò un enorme decollo industriale che portò all’aumento del 30% del reddito pro capite e migliorò la qualità della vita.

Ma i vantaggi di questo sviluppo toccarono solo il Nord. Nel Meridione, invece, certe situazioni rimasero invariate: i grandi latifondisti continuarono ad essere protetti nei loro interessi e l’arretratezza socio economica delle masse peggiorò.

I provvedimenti e gli stanziamenti statali decisi dal governo furono limitati e, solo in parte, determinanti. Al contrario, il Sud venne considerato da Giolitti come un serbatoio di voti elettorali, ottenuti dai notabili locali, legati ai vari candidati governativi, ora con intimidazioni di stampo mafioso, ora con promesse di impieghi e favori.

In tal modo si alimentava il sistema delle “clientele”, che trovò un feroce critico in Gaetano Salvemini, il quale arrivò a definire Giolitti, “ministro della malavita”.

Nei suoi scritti, il socialista molfettese, denunciò il malcostume politico e le gravi responsabilità del capo del governo e fece un ritratto impietoso delle vicende elettorali di quegli anni.

A questo proposito, è sicuramente interessante la descrizione che Salvemini fa della lotta politica andata in scena a Gioia del Colle, nella quale egli prende di mira i metodi elettorali di Vito De Bellis, un uomo che apparteneva alla maggioranza giolittiana.

Nel 1904, la cittadina pugliese era nelle mani dei suoi avversari, ma, alle elezioni politiche, grazie all’appoggio degli apparati statali, De Bellis conquistò la maggioranza: 1180 voti andarono a lui e soltanto 36 al suo principale avversario, un marchese, ricco latifondista.

L’anno seguente gli uomini di De Bellis conquistarono anche l’amministrazione comunale, sicché De Bellis poté dire: “Non sono io che ho bisogno di Giolitti, ma è Giolitti che ha bisogno di me”.

Secondo le parole di Salvemini, De Bellis era diventato il re, lo zar, il Dio della sua città e chi non era riconosciuto suo amico non poteva neanche circolare per strada senza timore di essere oggetto di ripicche e violenze.

Nel 1909, Salvemini decise di svolgere una inchiesta sul posto. Appena arrivato, egli incontrò subito De Bellis, che lo ricevette cortese e minaccioso insieme, pregandolo, per la sua incolumità, di lasciare Gioia al più presto.

Le sue parole in quell’occasione pare siano state queste: “Io non ho i milioni del marchese per comprare i voti: io posso lasciarmi corrompere, ma non posso corrompere. Se devo difendermi, mi avvarro’ di tutti i mezzi messi a mia disposizione. Mi farò proclamare deputato anche con i cannoni. E alla Camera mi difenderò. E la Camera mi darà ragione”.

De Bellis giustificava il suo atteggiamento con il fatto di vivere in un paese pericoloso, un paese di selvaggi, all’interno del quale certi metodi diventavano necessari.

Il politico gioiese temeva che Salvemini volesse restare a lungo e avesse intenzione di controllarne l’operato. Si rassicurò soltanto quando seppe che, in realtà, sarebbe partito subito dopo le elezioni. Allora diventò generoso, offrendogli protezione e compagnia: vedendolo con lui, sosteneva, i suoi uomini lo avrebbero rispettato.

Salvemini declinò l’invito, preferendo andare in giro da solo per parlare con i contadini e sentire da loro a quali minacce erano sottoposti prima del voto.

Il giorno delle elezioni, a Gioia del Colle c’erano soltanto manifesti di De Bellis. Il candidato “giolittiano” aveva comprato i voti necessari per vincere, con la promessa di mille favori e tutti sembravano essergli grati.

Le elezioni filarono liscie come l’olio e De Bellis trionfò.

Molti anni dopo questi fatti, lo stesso Salvemini avrà modo di scrivere: “La conoscenza degli uomini che vennero dopo Giolitti mi ha persuaso che egli non fu migliore, ma neanche peggiore dei politicanti italiani che gli succedettero. Le critiche al suo governo non favorirono una evoluzione della vita italiana verso forme meno imperfette di democrazia”.

La storia insegna che talvolta, a chi va in cerca del meglio, può capitare non di raggiungere il meglio, ma di precipitare nel peggio.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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