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Musica, addio a McCoy Tyner, un gigante del Jazz che entra nella leggenda

Senza tanti clamori il 6 marzo scorso se ne è andato nella sua Philadelphia, dove era nato 81 anni fa: Alfred McCoy Tyner, icona del jazz che ora entra nella leggenda.

Sua madre aveva un pianoforte in casa: a volte il vicino di casa Bud Powell, figura fondamentale del be bop, non avendo un pianoforte proprio (sic!), andava a casa Tyner per esercitarsi. Fu così che Alfred a 13 anni si avvicinò alla musica, ispirandosi non solo allo stesso Powell ma anche a Thelonius Monk. A 22 anni era già nell’orchestra di Art Farmer; l’anno dopo incontrò John Coltrane e col suo quartetto nacquero due capolavori destinati a cambiare la storia e l’estetica del jazz: “My Favourite Things” e “A Love Supreme”. Insieme a Coltrane e Tyner c’erano Jimmy Garrison al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria, oggi tutti scomparsi.

“Dio ci voleva insieme – affermava Tyner – Avevamo una missione da compiere con la nostra musica” A Coltrane piaceva la sua inventiva melodica, la chiarezza di idee, la brillantezza: “Alfred ha un senso della forma molto sviluppato – diceva – sia come solista che come accompagnatore”.

Furono anni fecondi per creatività ed esperienze: nel 1963 Tyner vince il referendum di Down Beat nella categoria “New star”; poi nel corso della carriera vincerà 5 Grammy Awards. Nel ’67 litiga con Coltrane, del quale non condivide la svolta free, e lo splendido quartetto si sgretola. Tyner si dedica allora  all’hard bop e pubblica dischi con batteristi del calibro di Alphonse Mouzon e Billy Cobham; le etichette per le quali incide sono le prestigiose Impulse, Blue Note e Milestone. Gli anni ’70 sono molti creativi: escono dischi significativi come “Expansions”, “The Real McCoy”, “Extensions”, lo splendido e memorabile “Sahara” del ’72, lo sperimentale “Fly with the Wind” in cui il pianista inserisce l’uso degli archi e azzarda fusion con stili mediorientali. Con lui collaborano sassofonisti come Wayne Shorter e Sonny Rollins, chitarristi come Bill Frisell e John Scofield, praticamente il meglio della scena internazionale.

Stilisticamente McCoy Tyner si colloca sulla linea di confine fra lo standard e l’innovazione hard bop, senza mai dimenticare mai le radici afro. E’ stato uno dei pionieri dell’armonia quartale applicata al jazz, elaborata con la mano sinistra (era mancino). Ma soprattutto per lui nel jazz la spiritualità è elemento primario e imprescindibile, la musica è una “quiet revolution” che connette con l’assoluto, sincera e devota. Il suo è un pianismo travolgente, trascinante, disegnato su scale pentatoniche, con grande rispetto per la centralità tonale. Legato al meccanismo del “call and reponse” proprio della musica nera, prende le distanze dal virtuosismo fine a sé stesso a vantaggio di una prospettiva ritmica e armonica, in un suono personale ricco di fantasia.

McCoy Tyner ha influenzato intere generazioni di pianisti con uno stile che è diventato uno caposaldo. Ha inciso ben 80 album, l’ultimo “Solo: Live from San Francisco” è del 2009. A Bari è intervenuto varie volte nella rassegna “Notti di stelle” della Camerata Musicale.

Chissà se su un palcoscenico celeste, se esiste, nel nome della spiritualità della musica si è riformato il glorioso quartetto di John Coltrane!?. Tyner lascia un grande vuoto ma anche una grande eredità. E un insegnamento, che è quasi un monito:  “Per me vita e musica sono la stessa cosa. Suono ciò che vivo”.

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