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Coronavirus, dopo le misure sanitarie, ora incombe anche un serio pericolo per l’economia

Ora che abbiamo raggiunto le misure (speriamo) massime di chiusura e di coercizione della libertà di movimento, si pone evidente e grande il Leviatano della disoccupazione di lungo periodo e del lastrico per molte PMI e big player del Made in Italy. Nel frattempo che – giustamente – si misura la febbre del Paese in termini di Salute, non bisogna dimenticare l’agonia economica-industriale-sociale di depressione generalizzata in cui ci stiamo probabilmente, ma inesorabilmente infilando.

Il 7 marzo scorso, Confesercenti stimava che se questa situazione fosse perdurata sino ad aprile, avremmo perso 6,5 miliardi di consumi con una contrazione del – 0,3% di PIL, ovvero 8 miliardi nei primi sei mesi dell’anno. E la chiusura definitiva di 30mila attività. Forse il pronostico era ancora troppo positivo, visto che nei giorni a seguire sono cambiati i DPCM con misure ancora più stringenti.

Ieri il Ministro dell’Economia Gualtieri ha sostanzialmente sottoscritto la proiezione disastrosa di finanza pubblica, immaginando peri il primo semestre del 2020 “l’elevata contrazione del Pil, con una decisa ripresa nella seconda metà dell’anno. La contrazione media del Pil nel 2020 sarebbe di qualche punto percentuale, grave ma pienamente gestibile e recuperabile.”

Nonostante le rassicurazioni governative la sensazione è che dopo il Covid-19 nulla più sarà come prima, e si prospetta per il Paese una sorta di “Anno 0”, con un reset (in negativo) del pregresso. Già, perché ripartire da zero non è il termine esatto quando la situazione debitoria accumulata esplode mentre gli incassi sono forzatamente nulli.

Mentre i moduli per l’autocertificazione continuano a cambiare velocemente, mandando in confusione la popolazione, si attendono con ansia i provvedimenti di aprile post “Cura Italia”.

Il concetto è che se tu – Stato – mi obblighi a stare in casa per grave crisi sanitaria – devi anche ristorarmi delle perdite non inducendomi a violare le norme. I malumori serpeggiano nella stessa maggioranza, infatti Matteo Renzi dalle pagine de IlRiformista.it:

“(…)Non è un traditore della Patria uno che esprime dei dissensi. Io penso che sia giusto, vista la violenza del virus, limitare alcune libertà in modo transitorio: a condizione che queste misure siano spiegate, motivate, illustrate in Parlamento. Se mi dici che devo rinunciare ad alcuni diritti costituzionali hai il dovere di motivare questa scelta e di sottoporla al dibattito parlamentare. (…)”

Non ha tutti i torti nemmeno il Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, che in un’intervista al Corriere della Sera ha destato scalpore: “Se la crisi si prolunga dobbiamo prendere misure universalistiche per raggiungere anche le fasce sociali più vulnerabili: le famiglie numerose, oltre a chi lavorava in nero”. In Italia, senza fare gli ipocriti, il lavoro nero è una realtà molto grande e secondo l’Eurispes il sommerso ha generato 549 miliardi di euro all’anno nel decennio 2007-2017.

La giurisprudenza stessa ci insegna che spesso le questioni di fatto sopravanzano quelle formali. La diseconomia creatasi, anche nelle forme irregolari di prestazione lavorativa, porta un danno enorme all’equilibrio domestico di milioni di famiglie.

Anzi, essendo ancora più chiari, senza prevedere aiuti e senza quantificare le ricadute anche in questo “Universo parallelo”, si rischia di sottovalutare la reale portata dei danni, per via di una zona d’ombra invisibile (ma dolente).

Il malato Italia andrebbe indotto in coma farmacologico, valutandolo a livello macro, e quindi con ammortizzatori sociali universali per la situazione odierna. Poi, riassorbito il trauma e rimesso in piedi, si dovrà lavorare come sempre a migliorare tutte le condizioni del quadro generale, incluse le forme sommerse.

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Andrea Lorusso
Andrea Lorusso
Classe '91, ragioniere di titolo e professione, giornalista per passione. Collaboro con varie testate dal 2011, possibilmente editorialista di Politica ed Economia. Scrivo perché avere una opinione e farla conoscere, è terapeutico contro la superficialità imperante.

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