Si è concluso con un nulla di fatto (l’ennesimo di una legislatura da questo punto di vista disastroso) per la mancanza del numero legale l’ultimo Consiglio regionale. Quello che tra le altre cose avrebbe dovuto, facilmente in 5 minuti, approvare l’introduzione nella legge elettorale pugliese della doppia preferenza di genere.
E se nel 2015 venne fatta la scelta di un voto segreto che affossò il provvedimento grazie ad un doppio gioco di alcuni esponenti di quella maggioranza (a voce si, nelle schede no), stanotte se possibile il Consiglio Regionale pugliese è riuscito a fare ancora peggio. Una seduta iniziata con 5 ore di ritardo, con un ordine del giorno lungo e particolareggiato, con le schermaglie iniziali e l’approvazione di mozioni, ordini del giorno, impegni ad agire in futuro per la Giunta (ormai in dirittura d’arrivo), dopo l’istituzione del Parco di Costa Ripagnola, di fatto l’ultimo provvedimento era quello a cui questo Consiglio era chiamato per obbligo di legge: adeguare la legge regionale al quadro normativo nazionale, che prevede l’introduzione della doppia preferenza, purchè siano votati un uomo ed una donna.
Una norma molto chiara e semplice. Quasi banale e trasparente. Si può essere daccordo o meno nel merito delle “quote rosa” o, come le ha definite qualcuno, delle “riserve indiane”, ma tant’è. E’ una legge, un obbligo e va adeguata la normativa.
Appelli, ultimatum del Governo nazionale, inviti a fare presto. A voce (e comunicati stampa) alla vigilia dell’ultima seduta tutti favorevoli. Tutti che invitano al voto palese per evitare le maglie dei franchi tiratori: una Commissione che da parere favorevole e che porta in Aula un provvedimento licenziato all’unanimità, con la relazione del Presidente (un esponente delle opposizioni, Saverio Congedo) e la convinzione che, per davvero, in cinque minuti o poco più si possa assolvere a questo ultimo obbligo.
Poi inizia il balletto.
Dalla doppia preferenza in poco tempo viene imbastita a colpi di emendamenti una vera e propria riforma della legge elettorale: inelegibilità, incompatibilità, assessori che liberano nuovi seggi nell’aula consiliare… una struttura che assolutamente nulla ha a che fare con il doppio voto. E qui scoppia la polemica politica.
Fratelli d’Italia, con Francesco Ventola, presenta quasi 2000 emendamenti, che si sommano a quelli (molti meno) presentati da altri consiglieri di maggioranza ed opposizione e dal Governo regionale.
Tutti capiscono che non ci sarà il tempo materiale per poterli discutere ed approvare. Si cerca allora una mediazione, che ovviamente non arriva. La seduta va avanti a singhiozzo tra interruzioni, riunioni in sede separata, capigruppo che provano a cercare intese sapendo che non arriveranno, gruppi e consilieri stanchi ed ormai con la testa (per quasi tutti) alla campagna elettorale.
E si fa campagna elettorale anche al microfono. Volano gli stracci e le parole grosse. Emiliano perde la calma e se la prende con Ventola. Zullo e Loizzo si pungono per tutta la seduta. Laricchia fa il suo, Franzoso sottolinea la vergogna in atto, Emiliano si erge a paladino delle donne, Santorsola risponde a Ventola che risponde a Santorsola, Marmo punta l’indice sulla maggioranza, Loizzo parla con e senza il microfono, e purtroppo qualche parola non proprio istituzionale gli scappa… insomma… una solita e pacata seduta di un consiglio come non mai casinista e confusionario, capace di perdere di vista l’unico obiettivo che avrebbe dovuto avere: la doppia preferenza di genere.
Prima però si fa in tempo (con il voto segreto) a mettere il veto all’eleggibilità di quanti ricoprono incarichi fiduciari nelle agenzie regionaloi e nelle task force (il nome di Lopalco ricorda qualcosa a qualcuno n.d.r.).
Alla fine, alle 2 di notte, si decide… di non decidere. La maggioranza (a cui è rimesso il compito di essere tale, con un numero adeguato di consiglieri presenti in aula per garantire il funzionamento del Consiglio…) esce dall’aula e di fatto delega al Governo nazionale ogni decisione.
Fine dell’ultimo atto. Un finale che ha lasciato con l’amaro in bocca tutti e che, probabilmente, ha fatto arrossire di vergogna gli attori che, nell’aula, sono riusciti a conservare un minimo di dignità istituzionale.
Cosa accadrà adesso? A saperlo… probabilmente ci sarà un atto di imperio del Governo per sistemare la legge elettorale pugliese. A 10 giorni dalla chiusura delle liste. Dopo che ci sono stati 5 anni per una riforma che tutti a parole volevano ma che nessuno, nei fatti, ha saputo fare. Men che meno questa (sic) maggioranza.











