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Il referendum costituzionale confermativo del taglio dei parlamentari si terrà domenica 20 e lunedì 21 settembre. Questo il testo che gli italiani saranno chiamati a votare: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?”.
Il quesito è confermativo, chi vota Sì approva l’entrata in vigore del taglio dei parlamentari; chi vota No, invece, vuole l’abrogazione della legge. Non ci sarà il quorum: l’esito delle votazioni determinerà l’entrata o meno in vigore della legge a prescindere da quanti cittadini andranno alle urne.
Sono molte le ragioni dei sostenitori del si. Un esperto per tutti è il professor Filippo Pizzolato, docente ordinario di diritto pubblico all’Università di padova e di Dottrina dello Stato alla Cattolica di Milano.
“Il mio è un Sì critico. Non sono certamente privo di dubbi, ma la scelta più saggia è un sì, anche se vedo delle ombre. Questa riduzione del taglio dei parlamentari deve essere interpretata non come sfiducia, ma come una richiesta di maggiore autorevolezza da parte del Parlamento e una richiesta rivolta ai partiti, come mediatori della rappresentanza parlamentare, di una maggiore credibilità. Il vero nemico della rappresentanza è che è svuotata di senso. I cittadini non sentono veramente i propri rappresentanti all’interno del tessuto sociale, ma li considera come una casta vuota. Perciò i cittadini non percepiscono il taglio dei parlamentari come una ferita, ma come un’operazione che riduce i privilegi del potere. Per cui dovremmo mirare tutti a ridare senso per cambiare un trend sociale molto negativo. Ma anche se vince il sì la battaglia non è finita, anzi, si aprirà la lotta che vuole ridare senso alla rappresentanza, magari istituendo un Senato delle autonomie territoriali, come è in Germania”.
Ma quali le motivazioni dei tanti comitati per il si? Vediamo le più importanti.
Ridurre i costi della politica
Verrà ridotto il numero dei parlamentari, perché i senatori passeranno da 315 a 95 (più 5 di nomina del Presidente della Repubblica) e non percepiranno alcuna indennità; il CNEL verrà abolito, e con esso i suoi 65 membri e i suoi 20 milioni all’anno; i consiglieri regionali non potranno percepire un’indennità più alta di quella del sindaco del Capoluogo di Regione e saranno vietati i rimborsi ai gruppi regionali; le Province saranno finalmente eliminate dalla Costituzione, e con loro tutti quegli sprechi e burocrazia. La riduzione di costi e poltrone darà efficienza e credibilità alle istituzioni.
Superare il bicameralismo paritario
Finalmente l’Italia cesserà di essere l’unico paese europeo in cui il Parlamento è composto da due camere uguali, con gli stessi poteri. La Camera dei Deputati darà e toglierà la fiducia al Governo, il Senato rappresenterà le istanze e i bisogni di Comuni e Regioni.
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Secondo i sostenitori del Sì, finalmente le proposte di legge non dovranno più fare il trenino tra Camera e Senato, nella speranza che prima o poi si arrivi ad un testo condiviso. Con la riforma la Camera approverà le leggi e il Senato avrà al massimo 40 giorni per discuterle e proporre modifiche, su cui poi la Camera esprimerà la decisione finale. Più velocità non significa “più leggi”, ma risposte più tempestive.
Maggiore partecipazione dei cittadini
La democrazia non si riduce solo al momento del voto, ma è un insieme di strumenti nelle mani dei cittadini per esprimere le proprie idee, proposte e bisogni. La riforma dà più voce ai cittadini: il Parlamento avrà l’obbligo di discutere e deliberare sulle proposte di legge di iniziativa popolare firmate da 150.000 cittadini; saranno introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo; si abbasserà il quorum per i referendum abrogativi (quando proposti con 800.000 firme, il quorum si abbasserà dal 50% degli aventi diritto al 50% dei votanti alle ultime elezioni, in media il 35%).











