“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.” Lo diceva Mahatma Gandhi, ed ha un significato profondo per chi, ogni giorno, sbraita contro il televisore contro quello di quel partito o quell’altro di quello show, non sapendo che la telenovela che va in onda nei nostri istinti, è un riflesso di noi stessi.
Il taglio dei parlamentari è una via di fuga rapida e superficiale, un’auto-assoluzione per non responsabilizzarci come cittadini. Abbiamo covato negli anni un profondo sentimento di odio nei confronti dei nostri politici, di qualsiasi schieramento fossero. “Sono troppi, guadagnano troppo, sono fannulloni, sono ladri”, ecc., ed abbiamo cambiato di continuo casacche e promesse.
Risultato? Dopo le ondate d’entusiasmo tutto si replica in un cliché continuo di illusione-disillusione. È questo fa parte della nostra tradizione italiana, del nostro archetipo come popolo, fatto di devozione fideistica, di pancia, dei buoni e dei cattivi, delle divisioni, passando facilmente dall’osannare alla pubblica esecrazione.
“Se pensi che un professionista ti costi troppo, non sai quanto ti costerà un dilettante!” Cosa abbiamo fatto in questi anni di delegittimazione continua della rappresentanza (di noi stessi)? Abbiamo preso l’uomo della strada e l’abbiamo messo a gestire miliardi, leggi, rapporti con l’estero, rapporti con l’Europa, ministeri, e a prendere scelte cruciali per il nostro futuro.
I parlamentari sono sotto torchio, hanno addosso la shari’a, ovvero una condanna morale ultra attiva che – quand’anche non ha riverberi legali la loro condotta – di fatto viene praticata una sanzione pragmatica sugli stessi.
Il vero problema non è ridurne il numero, tagliarne le indennità, o togliere il vitalizio, perché questo produrrà sempre un’assise pubblica più scarna, con gente più povera, meno libera, e sotto ricatto economico-politico-giudiziario.
Per una manciata di milioni e per non assumerci la responsabilità di cambiare noi – come cittadini – ci scagliamo sul primo bersaglio utile. Ma ci siamo mai imposti per decidere chi debba entrare nelle liste? Ci curiamo del loro rapporto col territorio? Li staniamo in sezione ogni settimana chiedendo lumi su ciò che hanno fatto? Sui risultati? Teniamo il programma elettorale a portata di mano per decidere se l’eletto sia stato fededegno?
Quando votiamo in base alla parentela, alla clientela od all’amicizia, ci poniamo la domanda di quanto poi possa questa scelta essere davvero utile al cambiamento della città, Regione o Paese? Ci siamo assicurati che colui che mandiamo a decidere per nostro conto abbia le giuste competenze? L’equilibrio? La centratura per non cedere ad input e pressioni esterne? Ci curiamo dell’onestà intellettuale di chi mandiamo lì?
Oppure, come per la legge dello specchio e dell’attrazione, quelli che votiamo sono esattamente come noi? Con i nostri vizi, paure, virtù, vuoti, ignoranze, e poi anziché far autocritica li usiamo come bersaglio per non crescere? Per non cambiare qualcosa nella nostra vita e, quindi, in ciò che proiettiamo fuori?
Il parlamentare è nostro figlio, della nostra mente e delle nostre intenzioni, incarna esattamente tutto ciò che faresti tu da casa che t’infuri nel leggere le notizie. A suon di tagli quindi tagliamo la nostra voce, sino a sparire del tutto.












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