Immaginate di stare seguendo un dibattito politico televisivo, e mentre un interlocutore parla uscisse in basso l’avvertenza: “Dichiarazioni non veritiere”. Sarebbe una violazione inaccettabile dell’etica, dell’informazione, del dibattito, del diritto d’opinione, ma soprattutto squalificherebbe il sale della Democrazia, ch’è fatto per l’appunto da voci plurali che s’incontrano e scontrano, lasciando al pubblico il formarsi del consenso – dissenso.
Ci saremmo stracciati le vesti se Mediaset c’avesse provato, con fiaccolate per il bavaglio e la censura. Oggi però i dominatori della Rete sono liberi di determinare ciò che è visibile e ciò che finisce nel dimenticatoio – mediante algoritmo – e ciò che è totalmente oscurabile o “bollato” come non veritiero, arrivando a squalificare perfino i tweet del Presidente degli Stati Uniti.
Le piattaforme del web, Facebook e Twitter in particolare, sono state le vere paladine delle elezioni di questi ultimi anni, specialmente in America. E a un certo punto si sono arrogate il diritto di comportarsi come un’autorità garante, un semplice mezzo o veicolo che si fa Giudice e arbitro. Perplessità che qualche giorno fa s’è posto anche l’On. Sgarbi:
“Possono, queste piattaforme, che peraltro operano non per fini sociali ma per generare profitti milionari, esercitare un così vasto e incontrollato potere di veto e, di conseguenza, determinare le regole del dibattito politico e culturale di una società?”
Ovviamente la limitazione del diritto di parola di Donald Trump ha fatto molta più eco nel Mondo, ma anche in Italia abbiamo avuto qualche caso simile, ad esempio il Tribunale Civile a maggio 2020 ha condannato Facebook a pagare 12mila euro di spese processuali a causa della chiusura dei profili di CasaPound. Appurando l’“impossibilità di riconoscere a un soggetto privato, quale Facebook Ireland, sulla base di disposizioni negoziali e quindi in virtù della disparità di forza contrattuale, poteri sostanzialmente incidenti sulla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione”.
È evidente come ormai urga una normazione legale per stabilire il perimetro d’azione consentito ai social, e invece cosa sia d’esclusiva competenza degli organi di stampa.












