Un’impiegata in una azienda di Bergamo è stata licenziata per giusta causa durante lo stato di malattia, nel quale ha subito un pedinamento da parte di un investigatore privato dopo aver per tre volte prorogato la convalescenza. Fotografata mentre guidava l’automobile o mentre alzava una cassa d’acqua minerale. La pietra dello scandalo era un intervento al braccio con successiva riabilitazione.
Ma il CTU nominato dal Giudice rispetto alle contestazioni del datore di lavoro ha obiettato che queste azioni “rientrano fra le attività compatibili con un regolare decorso post-intervento, rappresentando la progressiva e dovuta mobilizzazione dell’arto interessato, come consigliato in sede specialistica e non configurano alcun pregiudizio alla guarigione”. Il Tribunale del Lavoro di Bergamo in primo grado nel marzo 2019 dà ragione alla collaboratrice.
Così anche in secondo grado il 21 gennaio 2021 viene confermata la sentenza disponendo la reintegra sul posto di lavoro, tuttavia il Giudice sulla condotta dell’azienda ha ricordato che “Il datore di lavoro può rivolgersi ad agenzie investigative, purché queste non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa riservata direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori”. Quindi sulla seconda contestazione – ovvero la violazione della privacy – l’esito è stato a favore dell’impresa.
Ricorrere ad investigatori privati è lecito, purché non sia demandato a terzi il monitoraggio della prestazione professionale, che invece deve avvenire all’interno dell’organizzazione aziendale.











