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Vito Amodio, lo scienziato barese che studia come curare i tumori al colon-retto

Un ricercatore pugliese ha condotto un importante studio sul tumore al colon retto, contribuendo ad individuare una via per aumentare potenzialmente il numero di pazienti curabili con l’immunoterapia.

Nato a Bari il 12 Aprile 1990, dopo il liceo scientifico “Ilaria Alpi” di Rutigliano, Vito Amodio. avvia i suoi studi all’Università degli Studi di Bari, dove consegue la  laurea triennale e specialistica in Biotecnologie Mediche e Medicina Molecolare, svolgendo  il tirocinio di tesi magistrale presso l’ospedale Humanitas di Rozzano con la prof. Barbara Bottazzi. Conclusi gli studi è attratto dalla progettualità del prof. Bardelli, un’eccellenza internazionale nella ricerca sul tumore al colon retto, e riesce a ottenere prima una borsa di studio e poi un dottorato in Medicina Molecolare  presso il suo laboratorio all’IRCC di Candiolo-Università degli studi di Torino. Finito il dottorato, ad Amodio è stata confermata la progettualità precedentemente avviata grazie ad una fellowship AIRC dapprima presso l’Università di Torino, e attualmente presso IFOM a Milano. Ora spicca come primo autore di un importante studio pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Cancer Cell.

Ma chi è la persona dietro lo scienziato? Lo scopriamo con un’ intervista in cui Vito Amodio condivide la sua esperienza e la sua passione per la Scienza, le sue riflessioni e anche la passione per la sua Terra.

Perchè hai scelto di intraprendere un percorso nell’ambito della
ricerca?

“Le motivazioni che mi hanno spinto a fare ricerca sono state tante e si sono evolute nel tempo.  All’inizio, tutto è mosso da quel senso di curiosità e di voler scoprire quello che è nuovo, che è sconosciuto. Capire come le cose che sono intorno a noi funzionano, o perché non funzionano. Accanto a questo, un fattore importante è stato la voglia di sentirsi utile, di dare il proprio piccolo infinitesimo contributo per migliorare il mondo in cui viviamo. Ci sono mille modi per farlo, ciascun lavoratore lo fa a modo suo: ad esempio gli insegnanti formano le nuove generazioni, gli agricoltori producono cibo sempre più di qualità, noi ricercatori studiamo, curiosiamo, cerchiamo di capire qualcosa che un domani speriamo possa essere utile a tutti”.

Era quello che sognavi di fare quando andavi a scuola?

“Son sempre stato affascinato dalla biologia, dal mondo delle cellule, da quello che può accadere in maniera cosi complessa in uno spazio cosi minuscolo. E’ davvero affascinante pensare che in una singola cellula, ci siano tantissimi piccoli “specialisti” che lavorano in maniera coordinata e organizzata per permettere il corretto funzionamento del ciclo della vita, ed è altrettanto affascinante vedere come una falla nel sistema riesce a sfuggire ai meccanismi di controllo e a generare grossi problemi! Aver avuto degli ottimi insegnanti durante le scuole ha sicuramente contribuito nello spingermi verso questa direzione”.

Che rapporto mantieni con la tua terra di origine?

“Oserei definirmi un orgogliosissimo “mammone pugliese”. Mantengo un rapporto viscerale con la mia famiglia e con la mia terra, sono estremamente legato a Rutigliano che è il mio paese di origine, a Bari, alla Puglia in toto, una terra bellissima. Direi anche che sono mare-dipendente, lo considero uno di famiglia. La mia famiglia è il mio punto di partenza e il mio punto di ritorno, la colonna portante più salda della mia vita professionale e non. È in casa che ho imparato il concetto di “lavoro di squadra”, si affronta tutto insieme, si supera tutto insieme. Cerco di tornare a casa ogni volta che posso, ci riesco quasi una volta ogni 1-2 mesi, molto spesso solo per un weekend.  Ma ne vale comunque la pena: una pizza con i propri genitori, il pranzo della domenica con le nonne, la partita vista con il fratello, il giro a mare con gli amici, sono belle abitudini che ti danno la carica, un bisogno primario. Vivo fuori da ormai 8 anni, ma la mia pugliesità non è cambiata di una virgola, e nemmeno il mio accento, motivo per cui sono spesso preso in giro dal mio gruppo.  Penso che il calore e la socievolezza che caratterizza la gente delle mie parti sia alla base anche del mio approccio nei confronti del lavoro e del rapporto con i colleghi”.

Il tuo è un percorso di ricerca tutto italiano, cosa ne pensi

“Al momento ho solo lavorato in Italia, non mi dispiacerebbe una piccola esperienza all’estero ma se penso al mio futuro vorrei essere qui. Perché penso che l’Italia sia bellissima, ma soprattutto che anche in Italia si possa lavorare molto bene, fare ricerca di alto livello e competitiva. Alla base di questo però c’è la necessità che si investa nella ricerca sempre di più, perché la ricerca (nel senso piu generico del termine), a mio avviso,  è alla base del futuro e alla base della crescita di un paese. Ne approfitto per ringraziare AIRC che mi da l’opportunità di fare ricerca in Italia grazie ad una fellowshi”.

In IFOM ho incontrato un ambiente ottimale per chi fa ricerca. Il ricercatore è messo al centro, è supportato sotto qualsiasi aspetto logistico, burocratico e scientifico, ed è quindi messo nelle condizioni ideali per concentrarsi ed impegnarsi nel fare ricerca. E’ un ambiente socialmente molto dinamico, in cui è molto facile interagire con i colleghi e in cui non mancano le opportunità di avere interazioni extralavorative”.

Quali sono le prospettive che immagini per il tuo futuro?

“Mi piacerebbe continuare a fare ricerca sul cancro. E sulla base di questo, la mia speranza è che si investa sempre di più sulla ricerca a livello nazionale, per migliorarsi sempre più, e per garantire ai ricercatori delle posizioni lavorative più stabili. Perché, a mio avviso, ad oggi la paura più grande per un ricercatore e quello che poi lo induce a cambiare strada è l’instabilità lavorativa, le poche prospettive di stabilizzazione. Spero che andando avanti la figura del ricercatore venga valorizzata anche da questo punto di vista “formale” e che si possa identificare un percorso più stabile anche per chi decide di intraprendere questo lavoro”.

Quali sono state le maggiori sfide che hai dovuto affrontare nel tuo percorso di ricerca?

“Nel lavoro del ricercatore, cosi come in qualsiasi lavoro, la sfida è quotidiana. Ci si imbatte ogni giorno in esperimenti che non riescono, ipotesi sbagliate, problemi tecnici, etc. Spesso si diventa nervosi e frustrati, perché si fa tanto lavoro ma poi i risultati non sono quelli sperati. Tuttavia anche i risultati negativi sono dei risultati, e ci permettono di fare un passo avanti verso la conoscenza. La cosa positiva e che amo di questo lavoro è il fatto che le sfide non si affrontano da soli, ma tutti insieme, perché la ricerca è un bellissimo esempio di “l’unione fa la forza”. Come accennavo prima, la ricerca è un lavoro di squadra, e grazie al supporto del gruppo di ricerca, che non si limita solamente al contributo scientifico ma anche a quello emotivo e motivazionale, si va avanti e ci si rimette a lavoro con entusiasmo. Quando un esperimento non riesce o i risultati non sono quelli attesi, la pacca sulla spalla e l’idea per superare le difficoltà molto spesso vengono da un collega che è pronto a darti supporto e a stimolarti con le sue idee e con le sue motivazioni. Io ho avuto la fortuna di far parte sempre di gruppi di ricerca con colleghi fantastici, e penso sia anche questo uno dei motivi per cui mi piace molto questo lavoro”.

Cosa fai nel tempo libero? 

“Il tempo libero in alcuni periodi diventa davvero limitato, perché si entra in laboratorio molto presto e si esce molto tardi. In generale, quello che mi piace fare è prendere contatto con la natura. Al primo posto metterei il mare, non solo in estate, una passeggiata al mare penso sia bellissima anche in inverno. Da quando vivo lontano dall’“acqua salata”, mi piace fare passeggiate in montagna o nei laghi o nei borghetti.  Quotidianamente una chiacchierata con un amico è sempre un buon modo per spendere il proprio tempo libero e per rigenerarsi.

E poi il cibo, quello cucinato ma soprattutto quello mangiato! Da buon pugliese sono una buona forchetta, e cerco di dilettarmi in cucina, con risultati non sempre eccelsi, ma che mi permettono di “sopravvivere”. Mi piace molto spesso andare in giro tra le diverse regioni e provare la cucina tipica, penso che il cibo racconti molto dei luoghi che visiti e delle persone che ci vivono. Mi piacerebbe avere un orto, ma al momento sono ancora lontano dal poter realizzare questo desiderio”.

Come si collega la tua vita personale con quella lavorativa?

“La vita personale e lavorativa con questo tipo di lavoro sono molto intrecciate.  Molto spesso ti porti il lavoro e i problemi lavorativi a casa, e questo ammetto che non è un bene. Vorrei imparare a non farlo. Tuttavia cui sono anche aspetti positivi: passando tanto tempo in laboratorio, nascono con i colleghi delle vere e proprie amicizie che vanno ben oltre l’orario lavorativo e che diventano parte integrante della tua vita personale. E questo è sicuramente molto bello”.

Quali interessi, hobby o sport hai coltivato nella vita? cosa ti hanno lasciato? 

“Ho praticato basket per moltissimi anni, poi a malincuore ho dovuto smettere per un infortunio.  Penso che, se non fossi stato costretto, non avrei mai smesso. Il basket mi ha insegnato senza dubbio a giocare di squadra, a resistere anche quando si va sotto, a saper accettare la sconfitta, a saper supportare un compagno in difficoltà, tutti insegnamenti che mi son serviti nella vita in generale. Ho poi cercato di sopperire alla mancanza del basket con altri sport, mi piace nuotare, giocare a padel, ma il primo amore non si dimentica mai.

Posso aggiungere le partite di calcetto con gli amici, ma sono talmente scarso che forse è meglio non citarle…”.

La tua ricerca: raccontala in 15 righe come se la raccontassi a uno studente di scuola media

“All’interno di un organismo in cui si sviluppa un tumore, vi è un’eterna lotta tra le cellule cancerose e sistema immunitario. Le cellule immunitarie infatti attaccano il cancro, il quale però mette in atto una serie di strategie per rendersi “invisibile”. Tuttavia, non tutti i tumori riescono a nascondersi allo stesso modo, e molto spesso questo dipende da alcune caratteristiche molecolari del tumore. I tumori del colon retto possono essere divisi in due gruppi: un gruppo “freddo” (che include la maggior parte dei tumori), caratterizzato da una incapacità del sistema immunitario di riconoscere il tumore ed attivarsi, ed un gruppo “caldo” in cui vi è una maggiore numero e una maggiore reattivitá delle cellule immunitarie nell’ambiente tumorale. Da questo ne consegue che l’immunoterapia, ovvero una terapia che potenzia l’attività del sistema immunitario contro il tumore, risulta efficace ed utilizzabile solo nei pazienti con tumori del colon “caldi” ma non in quelli “freddi”. Recenti studi hanno evidenziato la presenza di un piccolissimo gruppo di tumori del colon “eterogenei” da un punto di vista molecolare, ovvero caratterizzati da componenti potenzialmente “calde” e “fredde” nella stessa massa. Ci siamo quindi chiesti quale fosse la capacità di questi tumori misti di attivare il sistema immunitario. Per poter capire ciò abbiamo riprodotto nei modelli animali questi tumori misti, e abbiamo capito che il riconoscimento della componente “calda” e la sua eliminazione da parte del sistema immunitario, riesce ad indurre un’attivazione dell’immunità anche contro la componente “fredda”. Abbiamo inoltre osservato che, usando alcuni farmaci che riescono ad arricchire la componente “calda” uccidendo quella “fredda”, la risposta antitumorale è aumentata. Questi risultati suggeriscono quindi che l’eterogeneità molecolare di questi tumori potrebbe essere investigata come condizione da cui partire per aumentare la frazione di tumori del colon che potrebbero potenzialmente beneficiare di immunoterapia. Il prossimo step è capire se quello che abbiamo osservato in modelli animali può verificarsi anche in tumori umani”.

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Redazione
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