HomeCulturaJazz, "Aeutopia Lab" non è utopia, ma giovani e valenti musicisti

Jazz, “Aeutopia Lab” non è utopia, ma giovani e valenti musicisti

Se siete amanti del jazz allora prendete carta e penna e scrivete questi nomi se non li conoscete già: Nicola Cozzella (sax), Aldo Di Caterino (flauto), Antonio Losacco (contrabbasso), Michele Marzella (trombone), Dario Riccardo (batteria), Francesco Schepisi (pianoforte), Giuseppe Todisco (tromba) in ordine alfabetico.

E’ una raccomandazione esplicita? Certamente, nel senso buono del termine.

Ma è soprattutto una raccomandazione implicita nel talento di questi giovani musicisti di jazz. Se ne fa garante Roberto Ottaviano, che, con 40 anni di insegnamento al Conservatorio di Bari, è uno dei pochi che si possa definire a pieno titolo “maestro”, termine di cui oggi si fa notevole abuso.

“Coltivo progetti di comunità – afferma Ottaviano – che mettono in condivisione le mie esperienze con quelle delle giovani generazioni”.

In questo modo sono nati “Harmolodians” dedicato a Ornette Coleman, “Il circo immaginario” omaggio a Nino Rota e “Doussounguni” per la grande Madre Africa”.

E ora è il momento di  “New Aeutopia Lab”, che guarda ai fermenti del jazz anni ’60/70, quando cominciarono a realizzarsi le prime contaminazioni con il rock e i musicisti inglesi e italiani si orientavano su “espressioni musicali in sintonia con le utopie del mondo contemporaneo”.

Il progetto prende nome da un album del 1979 di Massimo Urbani, un lavoro malinconico e spregiudicato.

“Nel gioco del Jazz” ha proposto al Teatro Forma di Bari questo promettente laboratorio (e fucina) di 8 elementi, gruppo che include anche Ottaviano. E il maestro ha preferito scegliere un repertorio impegnativo e ardito, non per mettere a dura prova i ragazzi, ma per cimentarsi con la musica che predilige di quegli anni. A cominciare dalle composizioni di quel Keith Tippett, geniale, eclettico (e in parte incompreso) pianista britannico, amico personale e collaboratore dello stesso Ottaviano. La sua “A Song”, uno spazio libero in cui si disegnano silenzi, diventa una sinfonia concettuale vaga e impalpabile, indecifrabile. E’ anche il modo per introdurre “Thought to Geoff”, più colorita, grazie anche ai solo del sax soprano e della tromba, e “Echoes”, ricca di un lirismo che suggerisce intime pause di riflessione. “Black Horse” è il brano più adatto per un gruppo in cui si contano ben 5 fiati: ritmica accattivante e Marzella in evidenza al trombone. Con “Love Song n. 1” il concerto entra nel vivo e si vivacizza: Di Caterino al flauto dimostra tecnica e abilità eccellenti. “Tanglewood  63” di Michael Gibbs è quasi un inno, un pezzo del repertorio anche dei Colosseum. “Kings and Queens” è il tributo ai Soft Machine, altro gruppo sperimentale dell’area di Canterbury: dopo una superba apertura di Losacco il jazz sembra prendersi una pausa sciogliendosi in atmosfere di assoluta bellezza e facendo capolino qua e là. Segue un mix di Africa ed Europa in MRA di Dudu Pukwana, uno dei tanti musicisti di colore emigrati in Gran Bretagna dal Sud Africa per fuggire dall’apartheid. Si finisce con Dollar Brand, passando dalla dolce e intima “The Wedding” alla fantasiosa “Homecoming Song” dai ritmi africani.

Forse è un po’ presto per passare il testimone, come dice Ottaviano, ma è opportuno che proprio un artista come lui, eletto musicista dell’anno per il 2022 dalla rivista “Musica Jazz”, si faccia testimone (mi si conceda il gioco di parole) di un passaggio generazionale senza scosse e traumi, tenendo sempre in mente la tradizione mentre si guarda all’innovazione. I giovani strumentisti indicati all’inizio dell’articolo stanno per diventare i protagonisti della scena barese e meritano la massima attenzione. Si stanno muovendo con intelligenza e passione accettando e offrendo collaborazioni come si è soliti fare nel jazz, e accumulando quelle esperienze che fanno parte della crescita di un musicista.

La “Aeutopia” non è utopia ma si fa realtà.

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