Il socio privato, dunque, si chiama fuori da ogni impegno ed ulteriore investimento sul settore siderurgico italiano. Una decisione che in fin dei conti sembrava chiara da tempo e che soltanto ieri è venuta ufficialmente a galla con il doppio “no” di Arcelor Mittal al Governo, sia come socio di maggioranza che come socio anche di minoranza.
Il che tradotto significa che il colosso franco-indiano è disposto a restare nell’affare del siderurgico italiano, ma soltanto per partecipare agli utili, mentre gli investimenti e gli oneri per la riqualificazione (e magari anche l’ambientalizzazione) degli impianti in Piemonte, Liguria e soprattutto per l‘ex Ilva di Taranto, l’acciaieria (un tempo) più grossa d’Europa, dovranno essere fatti con soldi pubblici.
Questo è il principale scenario che si prospetta per il futuro degli stabilimenti ex Ilva di Taranto, che a differenza di quanto sbandierato fino a poche settimane fa, non vedrà ulteriori investimenti del colosso indiano dell’acciaio né in prima linea né come socio di minoranza.
Il nulla di fatto infiamma anche la politica: “L’unica strada per salvare la produzione di acciaio nazionale è quella di aumentare la partecipazione dello Stato in Acciaierie d’Italia”, scrive il deputato Pd ed ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Piccata arriva a stretto giro la risposta di Dario Iaia, deputato e coordinatore provinciale FdI Taranto, che giudica “assolutamente ridicole le dichiarazioni degli esponenti del Pd e della sinistra. Sono loro ad avere determinato questo stato di cose”.











