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Ex Ilva: Arcelor Mittal indisponibile ad ogni investimento. Il Governo convoca i sindacati

L’incontro di questo pomeriggio tra il Governo ed Arcelor Mittal ha sancito, probabilmente in via definitiva, una profonda spaccatura tra la parte pubblica (Invitalia) e quella privata (Arcelor Mittal) che concorrono nella governance di Acciaierie d’italia, che amministra e gestisce il siderurgico in Italia.

Nell’incontro che si è svolto oggi “la delegazione del governo ha proposto ai vertici dell’azienda la sottoscrizione dell’aumento di capitale sociale, pari a 320 milioni di euro, così da concorrere ad aumentare al 66% la partecipazione del socio pubblico Invitalia, unitamente a quanto necessario per garantire la continuità produttiva“.

Ma al tempo stesso i rappresentanti dell’azienda franco-indiana hanno rifiutato un simile scenario e soprattutto hanno negato la loro disponibilità a qualunque forma di investimento ulteriore. Di conseguenza il governo ha preso atto della indisponibilità di ArcelorMittal ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza, e ha incaricato Invitalia di assumere le decisioni conseguenti, attraverso il proprio team legale.

Prende vita dunque lo scenario che vede il socio privato estromesso da Acciaierie d’Italia per una sorta di ritorno alla nazionalizzazione aziendale, che però promette di costare davvero tanti soldi alle casse dello Stato. Intanto le organizzazioni sindacali saranno convocate dall’esecutivo per il pomeriggio di giovedì 11 gennaio, riferisce sempre Palazzo Chigi dopo l’incontro, in cui il governo “ha preso atto della indisponibilità” dell’azienda “ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza”.

Il gruppo Arcelor Mittal si era già detto, nei giorni scorsi, indisponibile a versare la quota di pertinenza, in quanto socio di maggioranza al 62%, per una ricapitalizzazione da 1,3 miliardi necessaria per la sopravvivenza dell’acciaieria pugliese. A maggior ragione dice di no anche ad una partecipazione ben più modesta, circa un terzo, per la sussistenza in vita dell’impianto tarantino.

Chi dovrà, ora, pagare tutto questo? Probabilmente sarà lo Stato a dover correre in aiuto dell’azienda ex Ilva e dei ventimila dipendenti indotto compreso che a Taranto sono con il fiato sospeso.

Ed in tutto questo di decarbonizzazione, ambiente e bonifiche necessarie non si è nemmeno parlato.

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Redazione
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