HomeCulturaGreta Panettieri, lady Vagabonda che a Bari ha riletto Frank Sinatra

Greta Panettieri, lady Vagabonda che a Bari ha riletto Frank Sinatra

Siamo così abituati ad ascoltare le canzoni di Frank Sinatra cantate da lui o da voci maschili che quando si propone una voce femminile ad interpretarle la cosa un po’ ci spiazza; ma ci incuriosisce pure. E il progetto “Fly Me to Sinatra” di Greta Panettieri desta il giusto interesse, quello che ci può essere anche per una jazz lady della scena italiana (e non solo) sempre stimata per serietà e impegno.

La storia di Greta è simile a quella di molti altri musicisti, sempre comunque con qualche differenza che fa di lei una cantante singolare. Da piccola comincia a studiare violino, per poi passare al pianoforte, al canto, alla chitarra: quella che può sembrare una confusione le conferisce invece completezza. A 20 anni nel 1998 vince la autorevole borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston e vola in America. Ma al College preferisce la dura gavetta nei locali jazz della Grande Mela, là dove all’esperienza musicale si aggiunge l’esperienza di vita. Approda quindi alla Decca, prestigiosa etichetta discografica americana, per la quale incide sotto il nome di Greta’ Bakery (panetteria di Greta) il primo cd, “The Edge of Everything”. Torna in patria con un bagaglio musicale non indifferente che spazia dalla ballad alla musica brasiliana, dal funk al groove e, naturalmente, al jazz. In Italia apre le tournèe di Joe Jackson, partecipa a Umbria Jazz, collabora con Gegè Telesforo e Sergio Cammeriere, incontra Toquinho, partecipa a trasmissioni televisive e incide dischi: fra questi ultimi riscuotono successo “Shattered/Sgretolata” e soprattutto “Non gioco più”, nel quale riprende in chiave jazz i maggiori successi di Mina.

Con queste credenziali, e grazie ad esse, Greta è arrivata al Teatro Forma di Bari per la stagione di “Nel gioco del jazz”. La sua è una ricerca continua, quasi una sfida, lontana da ogni scolarismo di maniera, per unire linguaggi diversi. Così le è capitato di imbattersi nelle canzoni di Frank Sinatra, alle quali non aveva mai guardato con attenzione, quando stava realizzando uno studio e un libro sulle 100 canzoni imperdibili del ‘900. Fedele al suo vagabondare tra i generi musicali e i musicisti Greta ha voluto affrontare le melodie di Sinatra rinnovandole dal di dentro. L’idea si è fatta progetto, e il progetto sarà presto un nuovo disco con gli arrangiamenti del pianista Andrea Sammartino, compagno d’arte da 15 anni..

Il biglietto da visita del concerto è “Young at Heart”, un momento di sorprendente e assoluta magia, per voce e contrabbasso. Greta dà un saggio delle sue qualità vocali, senza eccedere in virtuosismi e accennando alla sua tonalità di contralto. Si stabilisce un’atmosfera straordinaria che resterà ad aleggiare per tutta la serata. Tocca poi all’accattivante “Fly Me to the Moon” per arrivare alle note fascinose di “It Was a very Good Year”, dense di suggestioni di alta classe. E’ senz’altro uno dei momenti migliori, anche se il bello deve ancora arrivare. “Night and Day” di Cole Porter precede “Song of the Sabià”, scritta di Jobim e Chico Buarque.  E arriva “The Lady is a Tramp” (la signora è una vagabonda) in una versione costellata di assolo: Sammartino pianoforte e tastiere elettriche, il nostro Mimmo Campanale alla batteria e Giuseppe Bassi (reduce da un tour prestigioso con Ute Lemper) al contrabbasso in uno splendido interplay; a Greta piace usare la voce come strumento e c’è da aspettarselo da una pluristrumentista come lei. “One for my Baby” è la chicca del concerto: un blues sconfinato nel quale è d’obbligo lasciarsi andare, nel quale percepisci tutti i dettami del blues che si fa jazz e ne apprezzi la purezza e la bellezza   nella forma assoluta. Assolo da manuale, voce compresa. Al cospetto “Strangers in the Night” e “My Way”  (cantata anche in coro col pubblico) sembrano canzoni di routine.

Nel bis c’è “I’ve Got You Under My Skin”, altro capolavoro finemente cesellato da Sammartino e Bassi. Il grande Frank cantava accompagnato dall’orchestra, mentre Greta si affida a un trio: ne guadagna il jazz intimo e circoscritto a un pubblico più raccolto e appassionato.

“Greta ha talento da vendere e una creatività fuori dal comune” (Larri Lynn Carrington)

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