HomeCulturaSteve Coleman, a Bari l'esplorazione si fa musica

Steve Coleman, a Bari l’esplorazione si fa musica

Quest’anno l’associazione “Nel gioco del jazz” ha dedicato “Musiche Corsare” (una rassegna nella rassegna) a Marco Polo, a 700 anni dalla morte. Del mitico viaggiatore si è voluto esaltare lo spirito di avventura, ingrediente indispensabile per chi vuole esplorare nuove terre e nuovi mondi. Ovviamente l’interesse va spostato all’universo musicale, nel campo della sperimentazione, laddove sono necessari intelligenza e coraggio. E chi meglio di Steve Coleman poteva aprire la serie dei quattro concerti previsti? Chi più di lui si è avventurato con ostinazione su sentieri mai percorsi?

Steve, nato a Chicago 68 anni fa, dopo le prime esperienze e collaborazioni maturate nei fertili ambienti newyorkesi, fonda nel 1981 i Five Elements. Comincia un paziente lavoro di ritorno alle origini, alla madre Africa (Nigeria in particolare), dove si reca per ritrovare ritmi antichi e per (ri)scoprire la tradizione yoruba, legata alla cosmologia. Poi, metabolizzate le innovazioni di Parker, Coltrane e Rollins, crea  il “M-Base” (acronimo per ‘macro-basic array of structured extemporyzations’,  matrice macro base di improvvisazione strutturata): è un movimento che aspira alla crescita, concependo la creatività musicale in forma collettiva, come espressione di esperienza di vita, fuori dai modelli commerciali occidentali. Non si tratta di uno stile rivoluzionario, ma un modo di ripensare la musica escludendo addirittura il termine “jazz”, anche se è pur sempre di jazz si tratta.

Sul palco salgono in quattro: con Coleman ci sono Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico, Sean Rickman alla batteria; manca il quinto elemento, Kokayi, cantante rapper. Colpisce il fatto che non esiste un frontman: tutti i musicisti sono sulla stessa linea. E’ Steve che apre (e chiude) tutti i brani e detta i tempi secondo uno schema collaudato: dopo l’introduzione il tema viene ridotto fino a diventare un modulo sul quale si inserisce un groove secco ed essenziale, fluido ma con incastri complicati. La musica è difficile e varia con una impostazione che vuole rompere ogni percorso geometrico, alla ricerca quasi affannosa di altra collocazione. Si viaggia sulle note dell’improvvisazione, con dialoghi spesso serrati di alto sax e tromba, su tappeti intriganti di basso e batteria, ora soffici, ora ipnotici, ora minimali: Finlayson è l’alter ego di Steve per tutto il concerto; Brown, dall’aria apparentemente anonima e assente, è instancabile al basso; Richman si mostra ispirato suggeritore.   E’ un jazz colto, con riferimenti al be bop e al jazz modale, dal quale tuttavia vorrebbe prendere le distanze. Su tutto domina una pulsione, una nevrosi da jazz metropolitano, frammentario, ripetitivo, tormentato, insistente: sono aritmie cardiache, tachicardie irrazionali che si agitano e si animano e diventano musica che dissolve ogni forma di stabilità.

Dietro c’è un’idea sonora che intende distribuire i suoni su piani diversi in modo che siano percepiti di volta in volta. Di assolo non c’è traccia a vantaggio di una musica corale che ha la forza proprio nel collettivo. Molto simpatica la dedica a Richman per il suo compleanno, così “Happy Birthday to You” diventa una preziosa improvvisazione frammentata di citazioni. E nel bis, in chiusura, si strizza l’occhio a “Eleanor Rigby” dei Beatles. Steve Coleman ha dato prova che il vocabolario jazzistico può essere ridefinito, con il coraggio di sfidare la tradizione: “Durante i concerti non penso mai se sto suonando jazz o altro –  disse una volta – Suono quello che sento cercando di creare emozioni”.

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