HomeStoria della Puglia1914-1915: la prima guerra mondiale alle porte della Puglia

1914-1915: la prima guerra mondiale alle porte della Puglia

Nel 1915 la Puglia, come tutta l’Italia, fu coinvolta nell’orrendo dramma della prima guerra mondiale.
Grande guerra, Grande strage, Guerra totale: comunque la si definisca, essa fu una immane ed esagerata carneficina per decidere quale nazione, o gruppo di nazioni, avrebbe avuto un ruolo dominante in Europa e, in prospettiva, nel mondo.

Il conflitto scoppiò nel 1914 e si concluse nel 1918 e, pur coinvolgendo anche nazioni non europee, fu profondamente europeo nelle sue origini e nel suo svolgimento e, purtroppo per noi, molto “italiano”, visto che uno dei principali fronti di guerra fu aperto proprio nel nostro Paese.

In Italia, il 1914 si era aperto all’insegna di importanti novità politiche, che riguardarono molto da vicino proprio la Puglia.

Nel marzo di quell’anno, Giovanni Giolitti fu costretto a rassegnare le dimissioni dalla carica di capo del governo: al suo posto fu nominato Antonio Salandra, liberale come Giolitti e primo pugliese ad assumere l’incarico di presidente del Consiglio.

Il programma del nuovo presidente aveva l’obiettivo di cementare un blocco politico esclusivamente liberale, che potesse rappresentare un’alternativa al “giolittismo” e alle coalizioni politiche che avevano sostenuto lo statista piemontese, basate sull’alleanza tra i liberali ed esponenti di altri partiti, come i socialisti riformisti.

La linea scelta da Salandra suscitava in pieno il gradimento di vasti settori della borghesia industriale e agraria, perchè poneva un pesante freno all’affermazione dell’estrema sinistra e del movimento operaio nel suo complesso. Inoltre, il suo piano di portare avanti una politica estera di prestigio e visivbilità internazionale veniva incontro alle propensioni imperialistiche dell’industria pesante che era uscita galvanizzata dall’impresa libica.

Tuttavia, la crescita della propaganda imperialista alimentò l’opposizione del movimento socialista e delle Camere del Lavoro che organizzarono manifestazioni antimilitariste in tutta Italia. Molte di queste si conclusero con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

A Bari, la cosiddetta «settimana rossa» ebbe un epilogo tragico: nel corso dello sciopero generale organizzato dalla locale Camera del lavoro, le forze dell’ordine cinsero d’assedio Bari vecchia, impedendo ai manifestanti di formare un corteo e di recarsi in piazza Prefettura. Durante gli scontri, un operaio, Vito Lovraglio, fu ferito mortalmente, mentre altri dimostranti, tra cui il segretario della Camera del Lavoro, Guido Meledandri, furono fermati. A distanza di circa un mese, il professor Giovanni Colella, che, in quell’occasione, aveva tenuto un comizio fu arrestato: la sua colpa era stata quella di aver ricordato l’assassinio di Jean Jaures, simbolo del pacifismo dei socialisti di tutta Europa.

Intanto, il 28 luglio 1914, in seguito all’attentato di Sarajevo in cui aveva perso la vita l’arciduca Francesco Ferdinando, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia: fu l’atto che fece precipitare gli avvenimenti e i fragili equilibri europei, portando allo scoppio della Grande Guerra.

Durante il primo anno del conflitto, l’Italia rimase neutrale.
Tuttavia, l’aula del Parlamento e le piazze delle principali città, furono il tetaro di un’aspro scontro politico tra due opposti schieramenti: gli “interventisti” che volevano l’ingresso in guerra dell’Italia e i “neutralisti” che ne volevano a tutti i costi restar fuori.

Del fronte interventista fece parte anche Gaetano Salvemini. L’interventismo dell’ex esponente socialista molfettese univa il desiderio di completare l’unità d’Italia, liberando il Trentino (ancora in mano agli austriaci), alla profonda ostilità verso gli Imperi centrali, visti come pessima espressione di conservatorismo autoritario e militarismo.

Furono interventisti altri importanti intellettuali pugliesi dell’epoca, come Antonio De Viti De Marco e Tommaso Fiore. Per il primo, la sconfitta del militarismo prussiano avrebbe significato il rilancio della democrazia in Italia, rendendo possibile, in economia, la vittoria del liberismo e dell’antiprotezionismo.
Per Fiore, invece, l’interventismo aveva un carattere “sociale” e “interiore”: rappresentava la spinta ad un affrancamento dalla mediocrità della sua originaria condizione contadina.

Nella seconda metà del 1914 i due fronti aperti dalla guerra, quello centro-europeo e quello che investiva tutta la fascia adriatica fino alla Turchia, interessarono il governo italiano molto da vicino.
In particolare, il coinvolgimento della regione adriatica nel conflitto riportò al centro delle attenzioni del governo italiano la Puglia e i suoi porti principali: Bari, Brindisi, Otranto e Taranto.

Dai porti pugliesi partirono, subito dopo la dichiarazione di neutralità, un contingente di truppe diretto a Valona, con l’obiettivo di soccorrere e garantire l’indipendenza del popolo albanese, nel caso in cui il piccolo Stato balcanico fosse stato investito dagli avvenimenti bellici.
Nel porto di Brindisi, già alla fine di luglio del 1914, era arrivata una squadra della Regia Marina che attraccò nelle acque dell’avamporto.
Le nostre città furono costretti ad accogliere un numero sempre più alto di profughi che proveniva da quelle aree dei Balcani dove il conflitto si combatteva in maniera sempre più cruenta e le amministrazioni locali dovettero attrezzare degli spazi da destinare a ricoveri e dormitori, per accogliere sia le truppe italiane di passaggio, sia i profughi.

Così, a Bari, il mercato in ferro di piazza Cavour fu usato come un immenso dormitorio per le truppe, mentre a Brindisi, l’individuazione di spazi pubblici destinati ai profughi fu soprattutto una reazione al fatto che molti di questi fuggitivi, specialmente di nazionalità albanese, avevano trovato rifugio nel convento dei Domenicani, dando luogo a numerosi inconvenienti.

L’importanza del Basso Adriatico per l’Italia fu confermato dal ministro degli Esteri, Antonino di San Giuliano che, in un telegramma inviato il 25 settembre all’ambasciatore a Parigi, Tommaso Tittoni, e a quello a Pietrogrado, Andrea Carlotti di Riparbella, ribadiva il desiderio di proporre che Valona fosse data «in piena sovranità all’Italia».

Nell’ottobre del 1914 morì il marchese di San Giuliano e la carica di ministro degli Esteri fu assegnata a Sidney Sonnino. Egli perseguiva l’idea di una soluzione “diplomatica” della questione nazionale italiana, ma i
contatti tra l’Italia e l’Austria non funzionavano, vista l’intransigenza austriaca a concedere all’Italia l’annessione del Trentino e di Trieste.

L’Italia, però, aveva portato avanti trattative segrete anche con Londra.
Esse si conclusero il 26 aprile 1915 con la firma del Patto di Londra. L’accordo prevedeva l’ingresso in guerra dell’Italia al fianco di Inghilterra Francia e Russia, in cambio del conferimento del Trentino, del possesso della Dalmazia e dell’Istria, della promessa di una spartizione dell’Albania tra l’Italia (a cui fu riconosciuta la piena sovranità su Valona e l’isola di Saseno), la Grecia e la Serbia.

La campagna propagandistica interventista fu combattuta anche dai giornali e non trovò impreparato il Corriere delle Puglie, che intensificò la sua attività.

A partire dall’inizio delle ostilità, il quotidiano barese sarebbe stato in grado di pubblicare (grazie al rafforzamento delle redazioni barese e romana e la dislocazione di un inviato speciale in Albania) ben tre edizioni diverse al giorno, delle quali una con la prima pagina redatta in lingua albanese ed un’altra pomeridiana, con le ultime notizie.
Nei trenta giorni intercorrenti tra l’assassinio di Sarajevo (28 giugno 1914) e la dichiarazione di guerra austriaca alla Serbia (28 luglio) il quotidiano barese definì meglio la propria linea: l’interventismo antiaustriaco veniva presentato nell’ottica di una necessaria affermazione degli interessi pugliesi nell’Adriatico e nei Balcani, legandolo alla prospettiva di un rilancio economico della regione che, in questa maniera, sarebbe uscita dalle secche di una perdurante crisi.

Protagonista di questa impostazione fu il direttore Leonardo Azzarita, che, già il 22 settembre 1914, intitolava un suo editoriale “Il problema dell’Adriatico”, incentrandolo sulla parola d’ordine dell’interesse italiano e, nella fattispecie, pugliese, che sarebbe stato necessario affermare nei confronti di Vienna e degli stessi popoli slavi.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrava ufficialmente in un conflitto che si rivelerà per l’intero paese assai duro e difficile. Anche la Puglia ne farà le spese.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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