“Pace giusta e duratura”. Queste sono le parole adoperate negli ultimi tempi da diversi leader internazionali per sancire il cessate il fuoco in numerose parti del mondo. Luoghi in cui escalations intermittenti e tensioni discontinue generano un business altamente remunerativo, almeno per i governi: quello della paura.
CHI DECIDE IN EUROPA?
Tra i conflitti più seguiti dai media mainstream ci sono certamente quelli che coinvolgono la striscia di Gaza e l’Ucraina. Numerosi altri proseguono nel silenzio generale. Guerre alle porte di casa, combattute (per ora) da altri, guerre che vedono coinvolte forze straniere e diplomazie internazionali. Guerre di veti e di nervi. Guerre di incontri, di scontri, di bilaterali, di show a favore di telecamere, di strette di mano, di sorrisi e smorfie off the records. Sono guerre preventive, guerre in cui si decide di modificare l’assetto e le alleanze future. Guerre in cui si decidono gli interessi e le necessità delle generazioni a venire. E poi si fanno coalizioni, intese, larghe intese, accordi di sicurezza nazionale che nutrono nuovi timori e angosce. In ogni conflitto si incontrano diversi interlocutori: conosciamo quello degli Stati Uniti, della Cina, della Russia, dell’Ucraina, di Israele, della Palestina. Ma in Europa, da chi siamo rappresentati? I nomi che affollano i nostri pensieri sono numerosi, Von Der Leyen? Metsola? Costa? Kallas? Meloni? Macron? Stramer? Scholz? Zelensky? L’Europa ricopre ancora un ruolo centrale nel panorama geopolitico internazionale? Dove si pone, ad Oriente o ad Occidente? A Est o ad Ovest? Come mai non c’è un solo interlocutore e come mai non c’è un’unica voce che parli per l’Europa?
Un’assenza pesante al tavolo “dei grandi”: un dialogo di tanti con tutti senza prendere accordi in nome dell’Europa con nessuno. Un’Europa che prende mezze decisioni fatte di pluralità di voci, che non risponde unita sui dazi americani, che non ha (ancora) un’armata europea e che non ha una lingua unica europea, anzi continua a parlare inglese nonostante la Brexit. E ora tesse nuove relazioni partendo proprio da Londra. Un vecchio continente stanco, che prova a sfruttare con opportunismo gli interessi di una guerra in cui ormai è coinvolta.
È di pochi giorni fa un comunicato a firma proprio dei tre più alti rappresentanti delle istituzioni europee, rispettivamente Commissione, Parlamento e Consiglio (Von Der Leyen, Metsola e Costa) in cui si ribadisce l’impegno dell’Europa sia nel contrasto e nella difesa dall’aggressione russa ai danni dell’Ucraina sia il diritto di ricostruzione dell’Ucraina dopo gli ingenti investimenti perorati alla causa: nella nota si legge “l’Unione europea ha fornito all’Ucraina assistenza economica, umanitaria, finanziaria e militare per un totale di 135 miliardi di euro, di cui 48,7 miliardi di euro di assistenza militare. L’Unione europea continuerà a fornire all’Ucraina un sostegno finanziario regolare e prevedibile, compresa la ricostruzione del paese dopo la guerra”. Le guerre servono per analizzare gli errori passati e calcolare gli interessi futuri. L’America fornisce le armi per combattere, l’Europa “aiuta” nella ricostruzione. Esercizi retorici e riprovevoli che si scontrano con la delusione dell’opinione pubblica, basterebbe andare a farsi un giro sui social di Trump per comprendere quanto il suo alterco nella stanza ovale con Zelensky non sia stato apprezzato dagli americani, e non solo.
Nel frattempo l’Europa annuncia l’ennesimo pacchetto di sanzioni dall’inizio della guerra, il sedicesimo, oltre ad un percorso comune che porti l’Ucraina a far parte dell’Unione Europea. Nuove logiche all’orizzonte, con l’Unione Europea sempre più vocata a Est. E in aggiunta, la Von Der Leyen corre al riarmo, perché la diplomazia della pace non è credibile se dietro di esse l’avversario non vede in trasparenza l’ombra delle armi, con buona pace dei falchi e delle lobbies delle armi.
Difficile raggiungere le cifre monstre di spesa militare (registrata) degli Stati Uniti che nel 2023 era pari a circa 880 miliardi di dollari. Insieme Russia e Cina hanno una spesa militare pari alla metà degli States. Sicuramente nei prossimi mesi, con guerre sempre più tecnologiche e con sempre meno militari impegnati sul campo, l’impegno principale delle democrazie e delle organizzazioni internazionali dovrà focalizzarsi sulla difesa dei civili. Una cooperazione non belligerante che scoraggi l’uso di armi di distruzioni di massa e l’inevitabile scontro tra civiltà, che atteggiamenti sconsiderati di alcuni leader mondiali potrebbero comportare. Non con slogan in stile MAGA e MEGA che si risolvono i conflitti, non è applicando dazi scompaginando l’assetto geopolitico e commerciale che si risolvono le controversie, semmai le si acuiscono. Obiettivo della politica e della diplomazia oggi sarà quello di ribilanciare crescita industriale, tecnologica ed economica. Compito dell’Europa, ritrovare il suo ruolo all’interno di questo sistema articolato governando il caos globale alimentato da chi, dai conflitti e dagli attacchi terroristici, ci ha sempre guadagnato qualcosa.
REARM EUROPE: IL PIANO DA 800 MILIARDI
È proprio di stamattina il comunicato di Ursula Von Der Leyen ai media su un nuovo pacchetto di difesa. L’Europa dice, dovrà agire con ambizione e velocità ed è pronta ad aumentare massivamente la spesa per la difesa sia per rispondere alle urgenze di breve termine nei confronti dell’Ucraina, dopo il passo indietro degli Stati Uniti, sia per prendere più responsabilità per la “nostra sicurezza europea” sul lungo termine. Per questa la Von Der Leyen ha scritto una lettera per un piano di riarmo europeo utilizzando tutte le leve finanziarie a disposizione.
5 punti: liberare l’uso di fondi pubblici per la difesa a livello nazionale, attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e crescita senza innescare la procedura del disavanzo eccessivo. Così facendo, continua la Von Der Leyen, se gli stati membri vorranno incrementare dell’1.5% del PIL le loro spese militari si avrà entro quattro anni a disposizione la cifra di 650 miliardi di euro.
Un secondo strumento che metterà a disposizione 150 miliardi di euro di prestiti agli stati membri per investimenti nella difesa, questo al fine di spendere meglio e insieme. Si parla di difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni, droni. In questo modo gli stati membri potranno intensificare in maniera importante il loro supporto all’Ucraina. Questo tipo di appalto congiunto aiuterà a ridurre i costi, frammentazione ma aumenterà interoperabilità e rafforzerà la nostra industria della difesa, afferma la Von Der Leyen. Terzo punto, usare il potere del budget UE. C’è molto che si può fare nel breve termine: gli stati membri potranno usare il piano di politica e coesione per aumentare la spesa della difesa. Le ultime due aree di azione mirano a mobilitare capitali privati, accelerando i risparmi e gli investimenti dell’Unione e della BEI. L’Europa quindi, conclude la Von Der Leyen, è pronta ad assumersi le sue responsabilità e al riarmo mobilizzando quasi 800 miliardi di euro per un’Europa al sicuro e resiliente.











