HomeCulturaBitonto, tutte le sfumature di Blues in tre giorni di musica

Bitonto, tutte le sfumature di Blues in tre giorni di musica

Il “Blues” regna sovrano per tre giorni a Bitonto da 13 anni a questa parte nella prima settimana di settembre: è come se il sindaco gli consegnasse le chiavi della città. Tutto è nato quasi per gioco, forse una scommessa o una sfida, non fa differenza, e oggi il merito di aver fatto del Bitonto Blues Festival un punto di riferimento per il Sud va a Beppe Granieri, musicista e bluesman egli stesso. Questa edizione è stata trionfale e, a dimostrazione del linguaggio universale della musica, ha avuto solo artisti italiani per tutti i sei concerti.

Venerdì scorso l’inaugurazione della rassegna è toccata alla band di Gianluca De Palo, originario di Ruvo, imprenditore e chitarrista, nonché fondatore di una scuola: per iniziare cosa può esserci di meglio del buon sano blues della tradizione, quello che si sviluppò negli USA appena cominciò a circolare nei circuiti ufficiali? De Palo ha eseguito standard di grande presa, quelli che non puoi non avere mai sentito e che sono nascosti nella memoria pronti a saltare fuori ai primi accenni: “Five Long Years”, “Route 66”, “Bad Boy” di Eddie Taylor, “Got My Mojo Working” di Muddy Waters. Tito Oliveto è stato fondamentale con il suo prezioso lavoro all’armonica diatonica. Impossibile per il pubblico non seguire i ritmi stando fermi sulle sedie: il blues è profondamente istintivo e trasmette emozioni. Esattamente come è successo con Deviana P. Morgan accompagnata dalla X-Jam band del batterista Luca Giometti. La cantante, di origine indonesiana, possiede grande estensione vocale e una grinta prodigiosa.  Il suo genere si accosta più al soul e al rhythm and blues; la voce ricorda la grande Aretha Franklin, ma all’occorrenza sa essere graffiante. Scorrono “Summertime”, “Another Star” di Stevie Wonder, “Respect” in una lunga versione, ma il pubblico ammutolisce di fronte a una superlativa interpretazione di “Why?” di Annie Lennox: non solo brividi lungo la schiena ma tanta emozione; Deviana ci mette tutta se’ stessa, e l’intensità raggiunge livelli altissimi fin quando la gente si alza in piedi ad applaudire e la cantante scoppia in lacrime. È stato il momento più alto del festival in quanto a partecipazione. Si finisce sulle note di “Simply the Best” di Tina Turner. Da citare Roberto De Angeli, chitarrista strepitoso con tanto di bandana alla Little Steven, e Joe Prencipe alle tastiere.

La seconda serata ha visto sul palco Giacomo Caliolo da Carovigno, chitarrista, noto turnista in musica leggera: dopo esperienze al nord ha ora fatto ritorno a casa dove ha messo su un gruppo, The Blues Groovers. Molto poliedrico, ha mostrato vocazione rock oltre che per il groove. Splendida la sua versione di “Summer night blues”. Al suo fianco Chiara Furgu, una vocalist molto interessante. Ma i veri dominatori della scena sono stati The Twisters, un gruppo di origine veneta attivo da 20 anni, che ha inciso ben quattro cd. La tradizione blues viene filtrata attraverso un sound originale che si propone un’idea di libertà. Se Paolo Bacco alla chitarra e Claudio Lupo alle tastiere sono elementi di spicco, Alice Violato con la sua voce e la sua esuberanza è la vera trascinatrice del gruppo: vulcanica esplosiva ha tenuto costantemente viva l’attenzione su di sé. Il repertorio ha abbracciato il r & b con particolare predilezione per le canzoni di Joe Cocker e il suo timbro vocale, reinterpretato ovviamente al femminile: “You can live your hat on”, “Unchained My Heart”, ma anche classici come “I Put a Spell on You” e “I Heard it through the Grapevine”. Fantastica.

Domenica sera, durante l’eclisse di luna, gran finale con musicisti che non ti aspetti. Ad aprire è la Vi-Rey Band di Vito Coccia da Foggia: un gruppo di nove musicisti con una sezione di fiati che fa pensare subito al funky. E proprio di funky si tratta, quello puro e dinamico di James Brown, riproposto in una chiave personalissima con pregevoli improvvisazioni di chitarra, tastiere e sax. Ma c’è di più: Vito è un campione di energia misurata ed equilibrata, studiata anche,  capace di convogliare l’entusiasmo del pubblico. Le sue non sono semplici cover: non solo le scatenate “Sweet Home Chicago”, “Sex Machine”, “It’s a Man’s World”, ma anche “Je so’ pazz” di Pino Daniele, e “Gentleman”, composta da Vito. “Lady Marmalade” è stata magistralmente interpretata da sua sorella Rossella: il canto evidentemente è un ‘vizio’ di famiglia.

Gran finale con Marco Bartoccioni (nella foto in alto), in arte ‘Bartok’, virtuoso della ‘lap steeler’ (una chitarra da suonare tenendola orizzontale), con 25 anni di esperienza internazionale. Con lui sul palco arriva davvero ‘tanta roba’, e il blues si fa elettrico in una fusion autentica con una straordinaria padronanza dello strumento. Marco non ha grande voce, ma dalla batteria lo aiuta Aurora Di Rocco e al basso elettrico Marco Polizzi. Le composizioni sono quasi tutte originali: “Smoke in Chicago”, “Together”, “Whisky”, “It’s My Life”. ‘Bartok’ suona per sé stesso, con immenso piacere e passione, ed è felice che il pubblico lo apprezzi. Il blues sentito come una fede. Il blues è black music, soul, funky, r & b, jazz, gospel, groove oltre a tutte le sottili varianti dei vari Stati americani, ma soprattutto “il blues è uno stato d’animo” come sottolinea Beppe Granieri.

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