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Dopo una giornata di proteste con sciopero, occupazione dello stabilimento e blocchi sulle strade statali 100 e 106 e sulla direttrice per Statte, i lavoratori dell’ex Ilva hanno sospeso i presidi stradali. La decisione arriva con la convocazione da parte del Governo del tavolo unitario al Ministero delle Imprese (MIMIT) il prossimo 28 novembre, preceduto dall’approvazione del decreto per la continuità produttiva da parte del Consiglio dei Ministri.
Nonostante la distensione iniziale, restano distanze profonde tra Governo e sindacati, che chiedono il ritiro del piano industriale e un incontro a Palazzo Chigi, ritenendo il progetto attuale “insostenibile e pericoloso” per il futuro dello stabilimento.
Confronto tra Governo e sindacati
Il Governo punta alla continuità dell’attività produttiva con nuove misure urgenti, formazione professionale per 1.550 lavoratori e conferma della CIGS per 4.450 dipendenti.
I sindacati (Fim, Fiom, Uilm, Usb) denunciano: la possibile chiusura di alcuni reparti entro marzo 2026; l’assenza di una strategia industriale chiara; il rischio di deindustrializzazione del sito di Taranto.
«Se non cambia il piano, Taranto rischia la chiusura. Non è transizione, è abbandono», dichiarano le sigle sindacali.
Il futuro dell’ex Ilva e dell’indotto
Il siderurgico non riguarda solo gli oltre 10.000 dipendenti diretti e in appalto, ma coinvolge circa 20.000 lavoratori dell’indotto, generando oltre il 75% del PIL industriale della provincia. Una chiusura o riduzione drastica delle attività causerebbe un effetto domino devastante su logistica, trasporti, manutenzioni, servizi, fino al comparto portuale.
Decarbonizzazione: sfida irrisolta
Il progetto di decarbonizzazione, che prevede la sostituzione progressiva degli altoforni con forni elettrici alimentati da energie rinnovabili e idrogeno, è ancora fermo sulla carta.
Le criticità principali riguardano l’assenza di infrastrutture energetiche adeguate; i cronici ritardi su investimenti e tecnologie; la sostanziale necessità di piani industriali a lungo termine, non solo tamponi finanziari.
Investimenti pubblici e privati: la chiave per ripartire
Intanto Taranto attende risorse concrete per il futuro della città e della sua principale attività economica. Le richieste di base partono dalla necessità di fondi statali per decarbonizzazione e bonifiche; coinvolgimento dell’UE nei programmi di transizione energetica; partner industriali affidabili (dopo le criticità con ArcelorMittal e i commissari precedenti); incentivi per attrarre nuovi investimenti privati.
Lo sviluppo di una città che vuole rinascere
Taranto chiede che l’ex Ilva non sia solo un caso di crisi industriale, ma un’opportunità per ripensare il futuro della città. Il porto, il turismo, la logistica avanzata, il green manufacturing e l’economia del mare sono i settori su cui si punta per diversificare il sistema economico. Ma la vicenda ex Ilva è anche una questione sanitaria e ambientale. Per decenni, lo stabilimento ha inciso negativamente sui dati epidemiologici della zona, con conseguenze documentate su tumori, malattie respiratorie e infantili.
Cosa aspettarsi dal tavolo del 28 novembre
I sindacati chiedono che il vertice sia unitario (Nord e Sud insieme) e non diviso per stabilimenti. Dal tavolo ci si aspetta: chiarimenti sul piano industriale; garanzie occupazionali; definizione delle tappe per la transizione ecologica; impegni precisi sugli investimenti.
Se le risposte non saranno ritenute adeguate, non si esclude la ripresa delle proteste già nelle ore successive all’incontro.
La vertenza ex Ilva è arrivata a un punto cruciale: non si tratta più solo di una trattativa sindacale, ma di una scelta strategica per la Puglia e per l’Italia. La città di Taranto chiede lavoro, sviluppo, salute e futuro. Il tavolo del 28 novembre potrebbe rappresentare l’inizio della svolta o l’ennesima occasione mancata.











